Il sogno suicida di una città senza abitanti
È il paradosso delle città contemporanee: diventano più ricche, attraggono investimenti e visitatori, riqualificano gli spazi, ma perdono la capacità di offrire ai propri abitanti la possibilità di costruirvi un’esistenza

Una città è un organismo vivente, non soltanto un insieme di edifici, strade e piazze, ma un corpo animato dalle relazioni tra le persone che lo abitano. Gli abitanti ne sono il sangue vitale: portano lavoro, cura e memoria nei quartieri, alimentano i servizi e mantengono vivi gli spazi pubblici.
Quando vengono espulsi dai luoghi in cui hanno costruito la propria esistenza, il corpo urbano si indebolisce.
È il paradosso delle città contemporanee: diventano più ricche, attraggono investimenti e visitatori, riqualificano gli spazi, ma perdono la capacità di offrire ai propri abitanti la possibilità di costruirvi un’esistenza. La casa è il punto in cui questa contraddizione emerge con maggiore evidenza. È una cellula fondamentale dell’organismo urbano: il luogo in cui si mettono radici, si cresce e ci si prende cura degli altri. Eppure, sotto la pressione della rendita, diventa un bene finanziario da cui ricavare il massimo profitto. In questa logica, gli abitanti diventano presenze fungibili, sostituibili con turisti più redditizi.
La scarsità abitativa, anziché essere un problema collettivo, diventa una risorsa per chi controlla l’offerta. Ma senza residenti stabili, i servizi perdono utenti, i negozi di prossimità chiudono, le scuole si svuotano. Il turismo non è una malattia: è scambio, conoscenza, lavoro. Il problema nasce quando i visitatori superano la capacità di carico della città e ne trasformano gli spazi a scapito dei residenti. Il turismo eccedente può allora comportarsi come un agente patogeno: gli alloggi vengono sottratti alla residenza, i negozi si convertono alla domanda passeggera, i prezzi salgono.
La città-albergo è una delle patologie urbane del XXI secolo: un organismo che espelle i propri abitanti per trasformare le case in rendite e i quartieri in luoghi di soggiorno. Venezia ne è il caso limite.
Dal 2023 i posti letto per i turisti superano i residenti del centro storico: i due contatori che le vetrine di Campo San Bortolomio e di Campo Santa Margherita aggiornano da anni segnano oggi oltre 51.000 letti contro meno di 48.000 abitanti. L’espulsione non passa sempre da uno sfratto.
Procede in silenzio: un canone che aumenta, un contratto non rinnovato, un servizio che chiude. Ci si sposta ai margini, verso territori meno costosi e più lontani dalle opportunità. Il rischio è scambiare tutto questo per sviluppo. Se gli indicatori premiano valori immobiliari e flussi turistici, una città può apparire vincente proprio mentre diventa meno vivibile. Ma un organismo non è sano soltanto perché cresce. Anche un tumore cresce.
Restituire centralità all’abitare significa sostenere gli affitti accessibili, proteggere i servizi di prossimità, garantire collegamenti adeguati, governare le trasformazioni immobiliari e regolare i flussi turistici in base alla capacità dei territori. Non si tratta di rifiutare turismo e investimenti, ma di impedire che una parte del sistema comprometta l’equilibrio dell’insieme.
La rendita può appropriarsi del valore che la città produce, ma non sostituire la comunità che lo genera. Una città vive davvero non quando tutti desiderano visitarla, ma quando le persone possono scegliere di restarci. Se questo non accade, può continuare a essere visitata, ammirata e venduta, ma lentamente smette di essere viva.
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