Non ci sarà resa se il futuro farà sempre paura

Dai gesti di mediazione con le forze dell’ordine fino alle critiche per le spese militari: i giovani richiedono ascolto verso una classe politica, che viene giudicata distante

Fulvio ErvasFulvio Ervas
Un momento delle proteste degli studenti in questi giorni
Un momento delle proteste degli studenti in questi giorni

Due immagini, tra le tante, sono simboliche nelle giornate delle proteste studentesche.

La prima è quella di una donna, probabilmente una madre, che si interpone tra gli studenti e la polizia. La seconda è quella di uno studente e un poliziotto che sembrano discutere in una sorta di confronto.

Sono potenti perché mostrano come dovrebbe essere una società civile: gli adulti partecipano alle lotte che riguardano il futuro dei loro figli, i giovani e le forze di polizia non si sentono nemici ad ogni costo, ma soggetti della stessa narrazione, che è quella di sapere che la democrazia presuppone anche il ricorso, visibile, alle piazze.

Le giornate di lotta studentesca non si esauriranno a breve. Si alimentano con un sentimento di irritazione per i tempi in cui la gioventù europea sta trascorrendo la propria esistenza: l’eclissi della percezione che il futuro sarà accettabile.

Se hai tra i quindici e i venticinque anni riesci davvero a sentirti sereno con una guerra sul confine europeo che non accenna a spegnersi da oltre quattro anni? A cui si è aggiunta l’esplosione dello scontro israelo-palestinese, sul quale si è addizionato il conflitto con l’Iran, ancora una bomba in attesa di ulteriori esplosioni?

Saranno così i prossimi anni? Perché l’unico suggerimento che proviene dai piani alti delle dirigenze politiche è quella di chiedere, ai giovani compresi, di aumentare le spese militari. Cioè la pace non si manterrà in quanto valore fondante ma perché la riempiremo di armi.

È rassicurante? Così tu che vai a scuola, e qualche calcinaccio ti finisce sul banco, dovresti rimanere tranquillo, pensando solo a risolvere i compiti di matematica o di latino mentre i grandi quesiti della vita sono stati affidati a straordinari risolutori che, nel concreto, agiscono assai meno di te. Agli studenti, dal cervello e dal sentimento, è partita un’obiezione che li ha spinti in piazza: cari adulti e politici ci pare che non abbiate studiato abbastanza.

E ve lo vogliamo dire. Queste manifestazioni rappresentano un voto ai governi e anche agli adulti, ed è una valutazione insufficiente: la scuola non può essere un luogo di trasandata attesa sino al momento in cui i giovani dai banchi passeranno alle trincee. Non dimentichiamoci, infine, che ogni movimento collettivo trascina diversissime soggettività. Tra queste anche l’esagitato, il violento a prescindere, il provocatore prezzolato, l’invisibile che crede di diventare visibile recitando al guerriero.

Usare queste figure come alibi per non vedere il disagio e il giudizio dei giovani sulle dinamiche del brutto mondo in cui annaspano, non è solo inutile, è riconoscere che non si possiedono strumenti, risorse, idee, per agire in modo realmente significativo. È la dimostrazione che ci si arrende di fronte al futuro, condannandolo ad essere la prosecuzione delle cause che stanno spingendo alla lotta.

Torniamo alle due foto simbolo, perché quella è la strada da percorrere: adulti che collaborino nel difendere chi rappresenta il futuro e dialogo per capire come meglio affrontare la strada che si ha dinanzi. Perché chi ha insegnato sa che l’esempio è vitale. E se mostri di essere comprensivo solo con malavitosi, evasori, lobbies economiche, guerrafondai e mai con i giovani, allora del futuro non t’importa nulla. E questo farà infuriare.

 

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