Non ci sarà resa se il futuro farà sempre paura
Dai gesti di mediazione con le forze dell’ordine fino alle critiche per le spese militari: i giovani richiedono ascolto verso una classe politica, che viene giudicata distante

Due immagini, tra le tante, sono simboliche nelle giornate delle proteste studentesche.
La prima è quella di una donna, probabilmente una madre, che si interpone tra gli studenti e la polizia. La seconda è quella di uno studente e un poliziotto che sembrano discutere in una sorta di confronto.
Sono potenti perché mostrano come dovrebbe essere una società civile: gli adulti partecipano alle lotte che riguardano il futuro dei loro figli, i giovani e le forze di polizia non si sentono nemici ad ogni costo, ma soggetti della stessa narrazione, che è quella di sapere che la democrazia presuppone anche il ricorso, visibile, alle piazze.
Le giornate di lotta studentesca non si esauriranno a breve. Si alimentano con un sentimento di irritazione per i tempi in cui la gioventù europea sta trascorrendo la propria esistenza: l’eclissi della percezione che il futuro sarà accettabile.
Se hai tra i quindici e i venticinque anni riesci davvero a sentirti sereno con una guerra sul confine europeo che non accenna a spegnersi da oltre quattro anni? A cui si è aggiunta l’esplosione dello scontro israelo-palestinese, sul quale si è addizionato il conflitto con l’Iran, ancora una bomba in attesa di ulteriori esplosioni?
Saranno così i prossimi anni? Perché l’unico suggerimento che proviene dai piani alti delle dirigenze politiche è quella di chiedere, ai giovani compresi, di aumentare le spese militari. Cioè la pace non si manterrà in quanto valore fondante ma perché la riempiremo di armi.
È rassicurante? Così tu che vai a scuola, e qualche calcinaccio ti finisce sul banco, dovresti rimanere tranquillo, pensando solo a risolvere i compiti di matematica o di latino mentre i grandi quesiti della vita sono stati affidati a straordinari risolutori che, nel concreto, agiscono assai meno di te. Agli studenti, dal cervello e dal sentimento, è partita un’obiezione che li ha spinti in piazza: cari adulti e politici ci pare che non abbiate studiato abbastanza.
E ve lo vogliamo dire. Queste manifestazioni rappresentano un voto ai governi e anche agli adulti, ed è una valutazione insufficiente: la scuola non può essere un luogo di trasandata attesa sino al momento in cui i giovani dai banchi passeranno alle trincee. Non dimentichiamoci, infine, che ogni movimento collettivo trascina diversissime soggettività. Tra queste anche l’esagitato, il violento a prescindere, il provocatore prezzolato, l’invisibile che crede di diventare visibile recitando al guerriero.
Usare queste figure come alibi per non vedere il disagio e il giudizio dei giovani sulle dinamiche del brutto mondo in cui annaspano, non è solo inutile, è riconoscere che non si possiedono strumenti, risorse, idee, per agire in modo realmente significativo. È la dimostrazione che ci si arrende di fronte al futuro, condannandolo ad essere la prosecuzione delle cause che stanno spingendo alla lotta.
Torniamo alle due foto simbolo, perché quella è la strada da percorrere: adulti che collaborino nel difendere chi rappresenta il futuro e dialogo per capire come meglio affrontare la strada che si ha dinanzi. Perché chi ha insegnato sa che l’esempio è vitale. E se mostri di essere comprensivo solo con malavitosi, evasori, lobbies economiche, guerrafondai e mai con i giovani, allora del futuro non t’importa nulla. E questo farà infuriare.
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