La lezione sulla convivenza che si impara a scuola

La normalità di un’amicizia senza pregiudizi e le responsabilità degli adulti su come si valutano le diversità

Marco ZatterinMarco Zatterin
Stranieri fra i banchi di scuola
Stranieri fra i banchi di scuola

Ecco una storia vera, anche se ha ogni risvolto di una fiaba.

C’è questa volta una famiglia di italiani che abita da anni in una capitale europea. Qualcuno da quelle parti penserà pure che sono “stranieri”, ma quasi tutti li trattano come fossero dei loro, perché lavorano, conducono una discreta vita sociale, pagano le tasse, parcheggiano secondo la segnaletica, rispettano i giorni della raccolta differenziata e parlano in modo sciolto la lingua del posto.

Hanno un figlio, Sebastiano, un ragazzetto bruno, magnifico e curioso, che si esprime bene nell’idioma dei genitori come in quello locale.

 

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Superato il traguardo dei cinque anni, “Sebà” viene accolto nell’equivalente delle Elementari e la sua vita cambia. Ogni giornata diventa una scoperta, ricca di sorprese e gioie. Tutto gira bene, fortunatamente. Così, dopo qualche settimana, torna a casa e annuncia raggiante di aver incontrato Josef, che è diventato il suo migliore amico.

Parla sempre di lui. Giocano a palla, ai quattro cantoni, vanno sull’altalena, parlano dei cartoni. Josef qui e Josef lì, ridono e imparano, c’è complicità. La maestra li ha messi allo stesso banco. Quando sono insieme producono energia positiva. Non disturbano. Fanno squadra.

I genitori ascoltano i ragguagli del figlio col migliore umore. Sono contenti che abbia trovato subito un amico e non si senta mai solo. Lui ricambia parlando sempre di Josef. È tutto un Josef qui e Josef lì…

Un giorno la coppia va a prendere il figlio al termine delle lezioni, accade una volta alla settimana, perché in genere li riporta a casa il pulmino comunale della scuola.

Sebastiano li vede e gli corre incontro. È a quel punto che mamma e papà domandano: “Qual è Josef?”.Lui allunga la mano e lo indica. “È quello con la maglia rossa”.

I due si fermano un attimo e sorridono. Josef è quello con la maglia rossa, è vero.

Ma è anche l’unico nel piccolo gruppo a essere evidentemente africano. Ma per Sebastiano non è quella la cosa importante.

Avrà tempo per scoprire e capire le differenze. Come tutti gli altri bambini potrebbe diventare un cittadino appassionato di convivenza o finire per assorbire il razzismo non latente degli esseri umani presunti civilizzati, cosa che succederà solo se noi adulti, madri e padri, fratelli e sorelle, zii e zie, insegneremo loro che la diversità è un limite e non un arricchimento.

 

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