La vera posta in gioco sono i voti in Lombardia
Il testo è blindato, al via martedì 22 settembre l’ultimo passaggio prima del traguardo di inizio ottobre

«La Lega non si può permettere di arrivare alle politiche con il segretario regionale della Lombardia che fa la guerra a Salvini, per giunta con un seguito di venti-persone-venti. Ma stiamo scherzando?». Come spesso avviene in politica, dietro il proscenio si fanno i giochi veri e nel caso della Lega, dietro la convocazione del “congresso confermativo” - come lo chiamano i detrattori del segretario – c’è una posta in ballo seria, molto concreta e anche simbolicamente potente: la difesa della diga Lombarda, ovvero quella sorta di “Fortezza Bastiani”, che da sempre è la cassaforte dei consensi del Carroccio.
Lì dove tutto nacque, tutto potrebbe finire infatti, se il generale al comando della federazione lombarda, quel Massimiliano Romeo artefice delle proteste più puntute, dovesse restare al suo posto di qui alle elezioni politiche. Salvini invece vuole sapere chi sta con lui dopo questa torrida estate e vuole in Lombardia un segretario vero di cui si fida.
Non è casuale affatto che voglia tenere il congresso proprio a Milano. Degli assetti interni non ne vuol sentir parlare, le tre vicesegreterie sono tramontate e altre concessioni, quali una segreteria collegiale o l’ok alla nascita di un’associazione del nord, per ora non sono alle viste.
Lo si capisce bene da come risponde stizzito ai cronisti a via Bellerio. «Io conto che si candidi qualcuno», dice uscendo dal consiglio federale. «Chi ha qualcosa da dire, lo dica al congresso», sibila con un sorriso.
Il problema Romeo
Non crede che qualcuno abbia il coraggio di sfidarlo ma ci spera, per poter chiudere i giochi platealmente: il Capitano teme come la peste che in Lombardia continui una emorragia degli iscritti, «perché la nostra gente se ne sta andando, le sezioni sono vuote perché tutti quelli pro-Salvini ormai evitano di andarci», raccontano i suoi.
Insomma, Salvini ha un diavolo per capello non tanto per colpa dei governatori – con i quali pare si senta a giorni alterni e che non gli creano problemi, «con loro si può mettere d’accordo», sostengono i suoi – ma con il capogruppo al Senato che «gli sta distruggendo la sua regione, che è la Lombardia». Ricca, operosa come il Veneto e il Friuli Venezia Giulia e ugualmente strategica per le sorti di un partito con i sondaggi in caduta libera.
Ed ecco che il congresso straordinario, tra i vari effetti, oltre a quello più visibile di ritrovare l’unità e subire meno scocciature dai media, può portare ad una sostituzione del “manico” leghista sotto il Pirellone.
Per frenare la smobilitazione generale in un territorio che invece avrebbe bisogno di un traino robusto per portare fieno nelle urne tra un anno. Una mossa resa meno traumatica perché assunta simbolicamente con il consenso del suo popolo, senza atti d’imperio che avrebbero il sapore dell’epurazione.
In tal modo, potrebbe cambiare la guida del partito lombardo, puntellando una diga che se venisse giù produrrebbe effetti catastrofici su quel che resta dell’intero bacino del Carroccio. Il ruolo di capogruppo al Senato, di conseguenza, verrebbe meno, in quanto da luglio è pronta una mozione di sfiducia a Romeo firmata dai senatori.
Sfidanti che si sfilano
Se poi Romeo andrà a ingrossare le fila degli sfidanti che si sfilano dalla lotta, la sua rimozione sarà ancora più facile: con un congresso celebrato dagli stessi delegati eletti l’anno scorso – quasi tutti emanazione del segretario – non ci sarebbe partita per nessuno, quindi «nessuno avrebbe voglia di candidarsi con queste regole», raccontano i dissidenti. Men che meno i governatori, che già hanno mostrato zero voglia di misurarsi con le fatiche asfissianti di un partito da gestire.
D’altronde il leader non ha alcuna intenzione di far celebrare i congressi provinciali per eleggere i nuovi delegati, anche se solo così facendo il congresso straordinario avrebbe una platea diversa da quella dell’anno scorso: più corrispondente alla fotografia attuale di un partito che da mesi si arrovella su come dare maggiore rappresentanza alle ragioni e regioni del nord.
Quali siano le regole che deciderà la commissione congressuale, i frondisti perderebbero la faccia se non candidassero nessuno alla segreteria, la loro battaglia per tornare e “parlare ai territori” verrebbe seppellita e dovrebbero chiudere la bocca di qui alle urne. Insomma, il Capitano con la mossa del cavallo li ha messi all’angolo.
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