Il valore della protesta dei giovani sulla scuola

Striscioni e mobilitazioni negli istituti superiori: così la generazione Z si confronta tra geopolitica e problemi strutturali locali

Valentine LomelliniValentine Lomellini

Striscioni in piazza, cassonetti volati, urla concitate: scene da anni Sessanta, si potrebbe dire, leggendo le notizie di cronaca.

Nelle ultime settimane, gli studenti di alcune scuole superiori si sono attivati su temi diversi. Hanno manifestato contro l’occupazione di Gaza da parte di Israele, come una buona parte della gioventù europea. Ma hanno anche rivendicato azioni più incisive per l’adeguamento delle scuole, la loro messa in sicurezza, la gestione organizzativa degli istituti.

Si parte dalla protesta per la causa palestinese, tasto sensibile per le generazioni giovanili europee dagli anni Sessanta sino ad oggi, per arrivare a rivendicazioni in merito a questioni più pratiche e legate al territorio, come l’inadeguatezza delle sedi scolastiche, la necessità di riqualificazione edilizia, la considerazione delle difficoltà riguardanti gli orari di entrata.

Il prossimo appuntamento è per venerdì prossimo, giorno per il quale la Rete per gli studenti ha organizzato un corteo per mettere sul piatto tutte le questioni irrisolte che riguardano il mondo dei giovani e della loro vita a scuola.

Difficile non pensare che questi movimenti, per quanto spontanei e rispondenti alle reali esigenze del territorio, non possano essersi ispirati, anche indirettamente, a quanto sta avvenendo in Francia, ove si susseguono proteste che coinvolgono ampi settori della generazione Z, quella che oggi frequenta gli istituti di secondo grado.

Una gioventù che si risveglia dal torpore? Perché no. Una ventina di anni orsono, conducendo un’inchiesta sul mondo studentesco in Veneto, ricordo distintamente la risposta che i miei coetanei mi davano parlando di politica: “Non mi interessa”.

La generazione che ha intravisto Tangentopoli durante l’adolescenza è cresciuta con un’idea ben chiara in testa: la politica è una cosa brutta, è una cosa sporca. È mero interesse personale, tangenti, mafia generalizzata. Che le nuove generazioni riscoprano l’importanza di essere attivi politicamente è linfa vitale per il sistema democratico, che appare tanto in affanno negli ultimi anni. Che si tratti di mobilitazione contro il cambiamento climatico, contro il genocidio di un popolo o in favore
di una gestione migliore dell’istituzione che frequentano – la scuola – è importante che i giovani trovino uno spazio per esprimersi in modo pratico e concreto, sperimentando la politica nelle piazze e nelle aule, per fare le prove di quanto avverrà in altri contesti quando saranno adulti.

Il Veneto, in questo senso, ha un’eredità importante da gestire. Se l’Italia è stata il Paese degli opposti estremismi, la regione è stata il primo laboratorio politico in questo senso negli anni di piombo e di tritolo.

È fondamentale, dunque, che i giovani si approprino di uno spazio di contestazione e che gli adulti gli consentano di farlo: è necessario perché possano esprimersi – anche nel conflitto politico – e praticare il nuovo futuro che desiderano costruire. Sapendo, tuttavia, che il contrasto, da politico, non deve mai arrivare ad utilizzare la violenza.

Perché quella è un’altra Storia. Ed è una storia da evitare.

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