Originalità dell’opera, fissazione occidentale: un elogio della copia nel tempo della AI

Il caso dello scrittore canadese Thélyson Orélien: a lungo in passato copiare non era malvisto ma addirittura una pratica comune

Diego Marani
(foto Agf)
(foto Agf)

Ha fatto molto discutere il caso dello scrittore canadese Thélyson Orélien, accusato di avere utilizzato l'intelligenza artificiale per scrivere il suo romanzo e per questo escluso dal premio Goncourt cui era candidato, malgrado il libro avesse ottenuto un grande successo. La vicenda ravviva una questione che da sempre ossessiona la cultura occidentale: fino a che punto la creazione di un’artista deve essere originale?

In realtà, se si percorre la storia della cultura, a lungo in passato copiare non era malvisto ma addirittura una pratica comune. Quante copie di statue greche hanno scolpito i romani senza nessuna remora? Copiare da un modello di eccellenza era considerato un esercizio virtuoso. E che fine avrebbe fatto la cultura classica senza i monaci che copiandole ne conservarono le opere? Tanti grandi pittori del Rinascimento avevano botteghe dove diversi artisti dipingevano buona parte dei quadri che erano poi firmati dal titolare.

L’originalità dell’opera per lungo tempo non è stato un imperativo nella creazione artistica. I poemi omerici sembrano essere il lavoro di più autori. In Cina addirittura la filosofia stessa dell'arte pittorica si basa sulla copia indistinguibile di un originale perfetto. Il centone che noi disprezziamo, per loro è il sommo dell’arte. È per questo che i cinesi sono così bravi a copiare.

La fissazione per l’opera originale, frutto dello struggimento dell’artista ispirato dalle Muse, ci viene dal Romanticismo e non ce ne siamo più liberati. Nella nostra cultura è l'individuo, identificato dal suo genio creativo, che con il suo io gigantesco, partorisce l'opera che i comuni mortali poi ammirano. Ma l’intelligenza artificiale è venuta a scompigliare anche la nostra concezione dell'arte e da questa evoluzione non sembra esserci ritorno.

Perché dunque accanirci a venerare l’originalità come l'abbiamo sempre veduta e non considerare invece che anche l’AI può essere uno strumento creativo? La comparsa della fotografia, con la sua capacità di riprodurre l’immagine all’infinito, non portò alla scomparsa della pittura ma spinse le arti visive in nuove direzioni. Nacque l’astrattismo in tutte le forme che conosciamo oggi.

Se un’intelligenza artificiale è in grado di scrivere un romanzo così bene da riuscire a catturare il lettore, perché rinunciarvi? L’opera che ne esce è comunque il frutto di un processo creativo, seppur diverso. Allo scrittore non verrà tolto lo strumento della sua creatività, ma lo scrivere e il leggere assumeranno nuove forme.

Oppure la scrittura come la conosciamo scomparirà e che male c’è? In fondo la parola scritta è nata nella storia dell’umanità, dopo millenni di oralità, Omero docet. La creatività umana trova sempre nuove vie e altre forme espressive nasceranno. Forse la comparsa dell’AI ci spingerà ad abbandonare la concezione romantica dell'artista illuminato che ci fa da tramite verso il sublime. Siamo tutti artisti, se lo vogliamo, se impariamo a lasciarci prendere dalla fantasia del creare e se troviamo lo strumento che più si confà al nostro innato estro.

Riproduzione riservata © il Nord Est