L’incompiuta campo largo tra veti e ripicche

Schlein risponde a Conte, De Luca attacca Onorata, Avs reclama spazio: tatticamente è tutto comprensibile, ma le scaramucce rischiamo di trasformare le primarie in un passaggio divisivo

Massimiliano PanarariMassimiliano Panarari

Un campo di conflitti, più che “largo”. Elly Schlein che – finalmente – reagisce a Giuseppe Conte con uno slogan felice («uno non vale uno»), e mette sul tavolo il peso dei consensi del Partito democratico. Vincenzo De Luca “lanciato” dal “Kraken” Matteo Renzi contro Alessandro Onorato sul palco della Leopolda. Avs che rivendica il diritto di portare il proprio contributo programmatico a prescindere dal dato elettorale (potendo, invece, contare su sondaggi in crescita).

In un gioco di scacchi e di posizionamenti che veniva ben analizzato su questi giornali da Fabio Bordignon e Carlo Bertini: e, in termini, di tattica si rivela tutto perfettamente comprensibile. Ma le (più che) scaramucce quotidiane segnalano un nervosismo evidente, e mentre la campagna elettorale è già ampiamente cominciata, l’incerta alleanza di sinistracentro spende energie preziose per stabilire chi debba dare le carte, trasformando così le primarie in un passaggio divisivo ad altissimo rischio.

Il presidente pentastellato prosegue sulla sua linea convinto di poter spostare elettori dem a proprio favore quando si apriranno i gazebo – e la velenosa sottolineatura di una sua disponibilità (chissà quanto effettiva) ad accettare il nome terzo di un federatore è servita appunto a mettere in cattiva luce la competitor.

Ma è stato proprio lo spostamento del Pd verso un’agenda di sinistra populista – come da visione della sua segretaria – a spianare la strada al M5S, perché su temi quali il pacifismo retorico e la volontà di lasciare da sola Ucraina l’argomentazione contiana intercetta già una sintonia profonda con settori significativi dell’elettorato dem. E la sua capacità di leadership nei loro confronti rappresenta il segnale di una metamorfosi di lunga durata, iniziata col governo giallorosso (arrivato senza soluzione di continuità, va sempre rammentato, dopo quello gialloverde).

E, dunque, l’orgogliosa rivendicazione di forza fatta da Schlein è legittima e logica, ma da sola non basta. Il nodo di fondo, difatti, non è esclusivamente “quantitativo”, ma riguarda l’abilità a costruire un’egemonia sull’alleanza (e nel Paese). E la risposta su chi detta i tempi e orienta davvero il discorso pubblico continua a vedere Conte in testa.

Il Pd soffre l’assenza – per volontà deliberata del gruppo dirigente schleiniano – di “correttivi” di tipo riformista: quel bagaglio politico-programmatico indispensabile per esprimere una credibile cultura di governo. Ai “centristi per Conte” di Progetto civico (che qualche osservatore un po’ malevolo ha paragonato al Partito contadino nella Polonia del socialismo reale) Schlein sembra contrapporre Casa riformista (ma non è affatto detto la ben nota creatività politica renziana le basti nello scontro dei gazebo).

Quello che servirebbe è un centrosinistra (modificando l’assetto odierno) dotato di un programma serio in grado di parlare a molte delle componenti sociali del Paese. Ma ci si azzuffa sulla candidatura a premier, e il tempo scorre, mentre il populismo appare sempre di più come la malattia autoimmune anche della sinistra attuale.

 

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