Le “big tech” mettono in crisi i conti europei
Il governo ha motivi di preoccupazione per le ombre che negli States si proiettano sulle narrazioni di borsa dei big dell’intelligenza artificiale (Ai). Giorgetti invita ad affrontare la politica di bilancio nella consapevolezza delle difficoltà della situazione

Il governo ha motivi di preoccupazione per le ombre che negli States si proiettano sulle narrazioni di borsa dei big dell’intelligenza artificiale (Ai).
Finora c’era trionfalismo; ma ora, forse momentaneamente, è appannato. Perché ciò si riverbera, pur se indirettamente, sui rendimenti dei nostri titoli pubblici. Cui aggiungere, a causa delle tensioni sociali in Francia, la fuga dai titoli francesi verso i tedeschi, l’effetto collaterale dell’incremento del nostro spread verso questi ultimi.
All’assemblea dell’Abi di luglio il governatore di Bankitalia rilevava che i «rischi sono incorporati solo in parte nelle valutazioni di mercato». Insomma, puoi avere mesi di navigazione tranquilla; poi, però, di colpo la nave Italia si trova nel mare agitato. Tra l’altro in un’Europa in difficoltà. Di qui la saggezza prudente del ministro dell’Economia Giorgetti che invita ad affrontare la politica di bilancio nella consapevolezza delle difficoltà della situazione.
Invece, serve prudenza per un Paese indebitato come l’Italia. Tra i motivi le preoccupazioni che giungono dal mercato finanziario degli Stati Uniti. Come detto, protagonista è l’Ai, le cui vicende sono appunto meno tranquille del previsto. In effetti la prima settimana d’ottobre si è conclusa agitata. Per provare a capire bisogna attraversare l’Atlantico e ragionare sul perché le ombre sulle azioni dell’Ai tocchino il mercato delle obbligazioni, private e pubbliche.
Il legame tra i due mercati sta nel fatto che, se gli utili dei big dell’Ai corrono, ancor di più esplodono le loro spese per ricerca e infrastrutture: tipici i data center. Insomma, poche società impegnate in investimenti miliardari a prestito allarmano, nonostante gli interessi in campo per l’importanza strategica e futuribile del settore, il mercato.
Ne consegue che, considerando pure le esigenze finanziarie del mega debito sovrano degli Usa, i tassi corrano. La qualcosa attraversa l’Atlantico e interessa i titoli in Europa.
Semplicemente, data la centralità degli Usa, la crescita degli interessi sul loro debito ha un impatto globale. Significa che tutto il mercato obbligazionario ne risente, l’onere relativo al nostro debito sovrano (pubblico).
Il ministro dell’Economia è in prima linea. Anche madame Lagarde, la presidente di Bce, è chiamata a scelte difficili. Fin qui l’Autorità Monetaria ha avuto come atteggiamento “aspetta e guarda”. Ora però, anche per la pressione inflattiva, potrebbe decidere di cambiare approccio.
Il punto di interesse per Francoforte sono i rendimenti dei bond decennali Usa (superiori all’inflazione) perché attirano capitali sul dollaro rivalutandolo. Per l’Europa, che così paga le importazioni, equivale ad imbarcare inflazione. Certo, sono costi che si formano all’estero, in apparenza fuori dalla portata della Bce. Ma se l’euro si svaluta sul dollaro si diffondono in Europa. Difficile, nel caso, che l’Eurotower possa evitare di stringere sui tassi. Insomma, Ai e geopolitica sono i protagonisti nel bene e nel male dei mercati.
Riproduzione riservata © il Nord Est



