La lezione di San Francesco sull’uguaglianza

Il messaggio che il Santo di Assisi ha incarnato dopo otto secoli rimane più attuale che mai. Ci esorta a farci poveri per essere liberi

Francesco JoriFrancesco Jori
San Francesco dipinto da Giotto nella Basilica inferiore di San Francesco d’Assisi
San Francesco dipinto da Giotto nella Basilica inferiore di San Francesco d’Assisi

Non facciamone un monumento, sarebbe il primo a demolirlo: “Io, frate Francesco piccolino”, si proponeva nel suo testamento, ottocento anni fa, il santo di Assisi. Per questo, l’anniversario della sua morte che abbiamo celebrato non va vissuto come un’occasione per ricordare un defunto, sia pure di eccezionale statura; ma come un impegno a recuperare nelle nostre vite di oggi il messaggio che ha incarnato nella sua esistenza, e che otto secoli dopo rimane più attuale che mai.

Da sempre, Francesco vuol dire povertà. Ma l’ha vissuta all’esatto opposto del concetto comune del termine: per lui, il povero non è il bisognoso, una persona che manca di qualcosa; è colui che riproduce nella propria esistenza la lezione di Cristo, non farsi possedere dalle cose. Il cristiano è povero, oppure non è. Non vale però solo per chi crede: il messaggio francescano è rivolto a tutti. Ieri, oggi e sempre, essere poveri vuol dire liberarsi da tutto ciò che necessario non è, e quindi in realtà non mancare di nulla, come ci ha spiegato Heidegger.

Francesco ci ha inoltre insegnato, prima di tutto con l’esempio, che farsi poveri significa svuotarsi del sé per accogliere l’altro, in tutti i volti con cui ci viene incontro. Si esiste solo nella relazione con l’altro: lezione di stringente attualità, la sua, in una stagione di ferocia in cui il diverso è un nemico da annientare.

Davvero universale, l’invito di Francesco, attraverso i secoli. Goffredo Parise, in un articolo del 1974 sul Corriere della Sera, dall’eloquente titolo “I poveri hanno sempre ragione”, esortava a “imparare a godere dei beni minimi e necessari”, rifiutando “la sciocca legge del ricambio dei consumi”.

Lo spiegava del resto, già trecento anni prima di Cristo, Epicuro (ripreso poi da Lucrezio) quando invitava a limitarsi a ciò che è vitale e necessario, “il resto è illusione creata dalla società”. Stiamo facendo esattamente l’opposto, ai giorni nostri, in una devastante temperie in cui ci abbandoniamo a un’autentica orgia del consumo: dei beni materiali ma ancor più dei valori, delle persone stesse, delle risorse di “nostra sorella madre terra, la quale ci sostiene e ci governa”, come la chiamava Francesco nel Cantico delle creature.

Il suo messaggio più autentico è che il grido della terra e quello dei poveri sono lo stesso grido: non esiste una crisi ambientale separata da quella sociale.

I cambiamenti climatici, l’inquinamento, la devastazione delle risorse naturali, colpiscono per primi e con maggiore violenza le popolazioni più povere e vulnerabili del pianeta; per questo, custodire l’ambiente significa promuovere la giustizia sociale e difendere gli ultimi.

Ce l’ha ricordato con voce incalzante il primo Papa che dopo duemila anni ha scelto di prendere il suo nome: l’enciclica “Laudato sì” di Bergoglio è una rilettura dell’eredità più autentica di quello che egli stesso ha definito “l’uomo della povertà, l’uomo della pace, l’uomo che ama e custodisce il creato”. Oggi, otto secoli dopo, Francesco ci esorta a farci poveri per essere liberi.

 

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