L’ombra del precipizio per il centrosinistra

Perdere con il capo del secondo partito della coalizione sarebbe un colpo decisivo per la leadership di Schlein: quella del Pd. Conte sa invece di guidare un partito monolitico: i sondaggi lo vedono in testa. Una eventuale sconfitta potrebbe essere ammortizzata

Fabio BordignonFabio Bordignon
Il centrosinistra rischia
Il centrosinistra rischia

Ostenta sicurezza, Giuseppe Conte, in vista di primarie che appaiono ormai inevitabili. Usando parole e concetti inediti, per il M5s. Spirito unitario.

Niente prendere o lasciare sul programma. Ok a Renzi in coalizione – con Schlein a fare da garante. Persino il retroscena sulle aperture del M5s all’ipotesi di un candidato “terzo”. Il leader 5 stelle sa che, in questa partita, è la sua avversaria ad avere tutto da perdere. Ma le decisioni da prendere “prima” delle primarie sono ancora diverse.

Manca solo l’approvazione finale della legge elettorale. Poi le primarie diventeranno necessarie. Anzi, urgenti. Con nodi intricatissimi da sciogliere. Due in particolare: regole e programma. Il secondo, a dire la verità, è una ulteriore bizzarria del “come” l’area progressista arriva a questo passaggio.

Quando le primarie si svolgono a livello di partito, come negli Usa, leader e programmi sono fusi gli uni negli altri. Dando per scontato che poi si starà comunque tutti insieme. Salvo, appunto, defezioni individuali. Nel caso di primarie di coalizione, invece, servirà individuare prima almeno una piattaforma “minima”. Una carta dei valori nella quale tutti possano riconoscersi, anche in caso di sconfitta. Inutile ricordare come le divergenze di partenza siano fortissime su almeno un punto cruciale: la politica estera e il sostegno militare all’Ucraina.

Sulle regole, un tema chiave riguarderà l’equilibrio tra gazebo e voto online. Con il M5s che, verosimilmente, metterà sul tavolo la propria tradizione nell’utilizzo della democrazia digitale. Quanto alla possibilità, invece, di avere più candidati dello stesso partito, oppure di prevedere il doppio turno, sono questioni che riguardano anzitutto il partito di Schlein – che le ha escluse entrambe, per ora.

Conte sa invece di guidare un partito monolitico: fortemente personalizzato, quasi coincidente con il leader. I sondaggi lo vedono in testa. Una eventuale sconfitta potrebbe essere ammortizzata. E resterebbe sempre la partita per il Quirinale…

Schlein, invece, si gioca tutto o quasi. Da leader del principale partito, e senza nemmeno andare a scomodare l’antica vocazione maggioritaria, non può accettare un federatore esterno alle due principali formazioni. Non più, quantomeno, dopo essersi fortemente esposta, soprattutto negli ultimi giorni. Qualsiasi altro candidato dem le toglierebbe voti e, comunque, diventerebbe una spina nel fianco, dentro il partito, anche se sconfitto (con onore) – insomma, un po’come Renzi per Bersani nel 2012.

C’è poi lo scenario della sconfitta nei gazebo, nelle piazze o in rete. Ok, è vero che il Pd ha già sostenuto Conte come Presidente del consiglio. Ma in un’epoca diversa e in condizioni diverse. Quando non era ancora leader di partito. E a legislatura in corso. Perdere con il capo del secondo partito della coalizione sarebbe un colpo decisivo per la leadership di Schlein: quella del Pd. All’interno del partito si aprirebbe subito, inevitabilmente, un processo alla segretaria. Difficile affrontare una campagna elettorale in tali condizioni. E la situazione potrebbe precipitare.

 

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