Dal Nordest le ricette che servono alla Sanità
E’ ormai cronico lo scarto a livello nazionale tra richiesta oggettiva di risorse e carenza non meno oggettiva di stanziamenti. E’ indispensabile puntare su soluzioni alternative concrete, in attesa di una riforma di più ampio respiro. Il caso Treviso e le esperienze in Fvg

Medico, cura te stesso. Duemila anni dopo, l’esortazione evangelica torna di attualità, in un’Italia dove la sanità è ab illo tempore malata: compreso un Nordest che, pur vantando una pagella tra le migliori del Paese, soffre a sua volta di non pochi acciacchi, tra tagli di spesa, carenza di personale, liste d’attesa, servizi inadeguati.
Ce n’è che basta per non rimanere inchiodati a polemiche comunque sterili, mettendo mano a una radicale revisione del sistema. In questo senso, indicativa è l’esperienza veneta dell’Ulss 2 Marca trevigiana, dove è in corso un confronto pur non privo di tensioni su un processo di riorganizzazione di ampio respiro: il passaggio da una concezione della struttura ospedaliera verticale a una orizzontale, spostando gli operatori sui vari presidi del territorio in modo da garantire una presenza uniforme.
L’esperienza va considerata al di là del caso specifico, visto l’ormai cronico scarto a livello nazionale tra richiesta oggettiva di risorse (non solo economiche: vedi il personale) e carenza non meno oggettiva di stanziamenti. Per questo è indispensabile puntare su soluzioni alternative concrete, in attesa di una riforma di più ampio respiro.
È quello che sta sperimentando Treviso; e per altri versi quello che si sta verificando in Friuli Venezia Giulia, con un considerevole potenziamento dei servizi di telemedicina, e con la loro estensione al consulto e monitoraggio; anche qui con una drastica revisione delle prestazioni ospedaliere (non senza inevitabili polemiche), e con l’obiettivo di potenziare in alternativa gli interventi a domicilio.
Il fatto che queste sperimentazioni nascano a Nordest conferma la riconosciuta validità del sistema sanitario di quest’area del Paese, e rappresenta uno stimolo a estenderle a livello nazionale, anziché fermarsi alle sole rivendicazioni.
Rimane l’esigenza imprescindibile di una riforma complessiva e organica a livello nazionale, che ponga mano al rapporto di fondo tra medicina ospedaliera e del territorio, oggi fortemente squilibrato a carico della prima, appesantendo la sua capacità di risposta ai pazienti: dai pronto soccorso agli interventi di ambulatorio. Purtroppo, all’accordo unanime su questa svolta non corrispondono misure adeguate per tradurlo in pratica.
Finanziamenti insufficienti, carenza di personale sia medico che infermieristico, divari regionali abissali, compromettono risposte pur esemplari; a partire dalle Case di comunità finanziate con il Pnrr, ma che rischiano di rimanere gusci vuoti.
Ad oggi, appena il 4 per cento scarso delle 1700 strutture programmate eroga tutti i servizi previsti e dispone dello staff completo; nel 40% dei casi le Regioni sono ancora ferme al palo. A paralizzare un’autentica riforma concorrono frizioni interne al sistema, tra eccessiva burocratizzazione dei servizi e resistenze corporative; ma il nodo vero sta in un decisore politico che ai fatti antepone di default le parole.
Vale a livello nazionale a partire dalla spesa pubblica in materia: l’ultimo rapporto Gimbe segnala che l’Italia è ferma a una quota del 6,2 per cento del Pil, a fronte di una media Ocse del 7,1; siamo al quindicesimo posto tra i 27 Stati europei, e in fondo alla classifica dei Paesi del G7.
Anche le Regioni concorrono in quota parte alla cronicità del problema: nelle richieste presentate al governo per i prossimi tre anni in vista della legge di bilancio hanno proposto un incremento di 18 miliardi; rigorosamente documentati, ma senza il minimo accenno alla riorganizzazione dell’assistenza territoriale, ignorando le indicazioni del decreto ministeriale del 2022 con cui veniva ridisegnata una sanità fuori dagli ospedali.
La diagnosi si appesantisce se si guarda a un sostanziale disinteresse di fondo della parte pubblica nazionale, al di là delle sole (troppe) parole. La relazione sul sistema sanitario del Paese, prevista per legge, è ferma agli anni 2017-2021, ed è stata pubblicata nel 2022; da allora, un vuoto che rischia di trasformarsi in virus. A indicare che a curare se stessi non devono essere solo i medici, ma i politici.
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