La chance di una nuova centralità per l’Europa
Il risultato del voto in Israele, che si prospetta in ogni caso negativo per il leader più longevo della storia del Paese, porterà quasi certamente all’istituzione di una commissione d’inchiesta neutrale sui fatti del 7 ottobre e a un cambiamento nelle strategie dello Stato sullo scenario mediorientale e nei rapporti internazionali

I risultati delle elezioni in Israele non saranno definitivi se non tra qualche giorno. La frammentazione delle numerose liste in lizza riflette le diverse fratture che attraversano la società israeliana. Ebrei secolari e religiosi cosiddetti ultraortodossi, palestinesi israeliani anche loro portatori di diverse visioni politiche, drusi e beduini, ultranazionalisti opposti a libertari, sionisti e antisionisti, e poi sefarditi, ashkenaziti, russi, riservisti. Al di là delle articolazioni politiche e sociali, si può senz’altro dire che le elezioni del 27 ottobre sono state di fatto un referendum pro o contro Benyamin Netanyahu.
Il risultato del voto, che si prospetta in ogni caso negativo per il leader più longevo della storia del Paese, porterà quasi certamente all’istituzione di una commissione d’inchiesta neutrale sui fatti del 7 ottobre e a un cambiamento nelle strategie di Israele sullo scenario mediorientale e nei rapporti internazionali.
La prospettiva – auspicata da molti – è quella di un’uscita di scena dell’attuale leadership (compresi i ministri estremisti che hanno continuato anche in questi giorni a soffiare sul fuoco del conflitto) e dell’apertura di una nuova fase politica. Chi però, soprattutto in ambito europeo, si aspetta che il nuovo governo – quale sarà la sua composizione – aprirà rapidamente una sorta di Oslo 2 per giungere a una stabilizzazione e a una pacificazione con i palestinesi, rischia di rimanere deluso.
I diversi partiti in lizza si sono confrontati per rispondere sostanzialmente a tre esigenze provenienti dall’elettorato: fine dei conflitti armati, sicurezza, provvedimenti economici che supportino una ripresa per una società stressata da tre anni di guerra. I diversi paesi europei che, in ordine sparso, hanno prodotto dichiarazioni e, in alcuni casi, avviato procedure sanzionatorie verso Israele a causa delle politiche oppressive promosse dall’attuale governo verso i palestinesi della Cisgiordania e verso i civili ammassati nelle tendopoli di Gaza, sembrano non valutare con sguardo realistico il sostanziale disinteresse che attraversa la società israeliana oggi, dopo tre anni di guerra, migliaia di morti e feriti e decine di migliaia di traumatizzati a vario titolo.
La campagna elettorale non ha trattato, se non molto marginalmente, né la tragica situazione di Gaza né le inaccettabili violenze dei cosiddetti “ragazzi delle colline” in Cisgiordania. E chi guiderà il nuovo governo avrà senz’altro come priorità lo smantellamento dell’apparato militare di Hamas, la riforma del reclutamento nell’esercito e l’estensione degli accordi di Abramo per assicurare un ombrello di sicurezza in funzione anti-iraniana.
L’Europa, che sul Medio Oriente non ha una voce comune, ha l’occasione oggi di aprire una nuova stagione di protagonismo politico nell’area. Un’azione di contrasto a ogni forma di fondamentalismo religioso unita a una valorizzazione delle numerosissime dinamiche di dialogo e collaborazione tra israeliani e palestinesi, potrà aprire prospettive che aiuteranno a immaginare soluzioni di lungo periodo.
Riproduzione riservata © il Nord Est



