La carica dei partiti bonsai al ballo del centro
Da Renzi e Calenda ai nuovi progetti di Marattin, Picierno e De Luca: perché la diaspora post-democristiana continua a moltiplicarsi anziché unire le forze

Sold out. Solo posti in piedi per il Salone del centro politico, più che mai affollato in vista delle elezioni 2027. Da destra a sinistra, le sigle in gioco sono una dozzina; tutte peraltro in dimensione bonsai, eppure ciascuna convinta di poter dire la sua nelle urne. L’affollamento si addensa nei dintorni del cosiddetto campo largo: dai veterani Italia Viva di Renzi, Azione di Calenda e +Europa di Magi, alle new entry più recenti dei vari Progetto civico di Onorato, Spazio pubblico di Picierno, Avanti Psi di Maraio, e Più uno di Ruffini e Gabrielli.
Ma non si scherza neppure a destra, dalle vecchie glorie Noi moderati di Lupi e Udc di De Poli, ai nuovi arrivi del Partito liberaldemocratico di Marattin e Sud chiama Nord di Cateno De Luca. A galleggiare in mezzo tra i due schieramenti provvede Ora! di Boldrin e Forchielli, che all’alternativa se collocarsi a destra o a sinistra contrappone una terza tartufesca via, “di sopra”.
Solo un paio di tutti questi lillipuziani della politica può coltivare una qualche speranziella di superare nelle urne quella soglia del 3 per cento, prevista dalla nuova legge elettorale, che dà diritto ai seggi; ma siccome per lo Stabilicum la manciata di voti ottenuti da chi corre dentro una coalizione viene comunque tenuta in conto, ciascuno di essi coltiva il retropensiero di sedersi al tavolo del vincitore, per presentarsi all’incasso: vantandosi di aver influito sul risultato, visto il sostanziale equilibrio numerico tra i due schieramenti maggiori.
D’altra parte, ogni tentativo di fare massa critica in passato è miseramente fallito: basti pensare alle politiche 2022, dove Renzi e Calenda riuscirono a far fronte comune sfiorando il 9 per cento; per poi rompere una manciata di mesi dopo, nell’aprile 2023, tirandosi dietro i piatti.
La ricerca del centro perduto è a sua volta una costante che si trascina ormai da oltre trent’anni: da quel gennaio 1994 in cui la balena bianca democristiana andò a spiaggiarsi senza scampo, dopo quasi mezzo secolo di incontrastato dominio del mare della politica. Da allora, sono proliferate le sigle che si spacciavano per sue eredi: cominciando con la sequenza dei vari Ccd, Cdu, Udc, Udr, Udeur, fino agli stucchevoli scontri a colpi di carte bollate tra gli asteroidi di coloro che sostenevano di essere i soli Dc autentici, e che ancor oggi ci provano. Con esiti comunque fallimentari: nelle ultime regionali, il partitino degli ultimi post democristiani del mazzo, Cirillo e Trenta, ha racimolato lo 0, 49 per cento in Campania, e lo 0, 08 in Puglia.
E tuttavia, la diaspora infinita del centro è solo un relitto di un naufragio ben più ampio. Dal 1948 a oggi, nelle diciassette tornate elettorali che si sono susseguite, i simboli presentati per le varie campagne elettorali sono stati 558; i partiti che hanno partecipato al voto 380, con una media di 32 a elezione; nelle urne, 294 di essi sono rimasti sotto lo 0, 5 per cento. Perseverare è diabolico, ammonisce un antico detto; che Cicerone peraltro declinava in termini più brutali, parlando di “insipientis”. In italiano: semplicemente stupido.
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