L'arma potente del voto: la lezione della Serbia contro l'astensionismo e le autocrazie

Dalla protesta per Novi Sad al trionfo alle urne: perché la vittoria degli Studenti su Vučić dimostra che la partecipazione dal basso può cambiare la storia

Marco ZatterinMarco Zatterin

Spaccare le vetrine è una strategia criminale, ma non solo. È anche inutile. La reazione dei giovani scoraggiati e di tutti coloro che invocano un futuro in cui avere fiducia dovrebbe essere sfilare davanti a chi li governa e gridare “siamo così arrabbiati che stavolta veniamo tutti a votare”. E farlo davvero.

L’esempio della Lista degli Studenti che ha vinto in Serbia è luminoso. Si comincia da un caso – il crollo alla stazione di Novi Sad due anni fa –, si organizza un movimento di protesta nel nome di equità, diritti, lotta alla corruzione, e si riunisce il popolo sfiancato e irritato dallo status quo – nella fattispecie, l’ambiguo nazionalista Vučić, in sella da 14 anni.

Così una manovra dal basso si trasforma in una corsa alle urne in massa che fa schizzare l’affluenza al 70 per cento. La partecipazione diventa lo strumento di un trionfo che apre le porte al cambiamento, secondo uno schema fattibile in ogni Paese afflitto dall’astensionismo, Italia compresa. Il voto è come la lotteria: chi non gioca, non vince.

Le urne di Belgrado dicono che gli autocrati non sono imbattibili. Tuttavia, le notizie sicure finiscono qui. Gli appassionati della democrazia e dell’integrazione del Vecchio Continente possono pensare che l’uscita di scena di Vučić sia una interessante novità. Ma di qui a credere che gli Studenti siano la soluzione degli annosi problemi che crepano le relazioni fra il grande Stato balcanico e il resto dell’Europa ce ne passa, e per molti motivi.

La prima è che in democrazia è fondamentale vincere le elezioni, ma poi bisogna sapere cosa fare. Per spiegarla in salsa hegeliana, abbiamo assistito all’antitesi che batte la tesi, ora è necessario arrivare alla sintesi. Rimpiazzare un potere dopo averlo battuto è una sfida immensa per chi non ha mai fatto politica, per i giovani, gli intellettuali e i lavoratori che formano questa super lista civica senza un leader definito e un programma chiaro.

Sono guidati da un pensiero “politico”, cosa che avrebbe deliziato Karl Marx. Dal conflitto sociale è scattata la caccia al potere. Adesso devono essere capaci di gestirlo. Vučić ha abilmente tenuto i piedi in più scarpe sinché ha stufato. Negoziava coi Ventisette senza rescindere il legame slavo con Mosca, prometteva riforme favolose e disponeva i funerali di Stato per Ratko Mladić, il macellaio di Srebrenica. Negli anni ha sviluppato un talento amministrativo, imparando anche a muoversi nelle pieghe dei bilanci, fra voci di brogli elettorali e corruzione. È un professionista. Ma ha perso.

L’Ue immagina un nuovo capitolo, sebbene gli Studenti non abbiano gradito che facesse buon viso pragmatico con Vučić. L’ideologia ampia e non ben delimitata del movimento ha attirato molti soggetti euroscettici. Solo il 40-60 per cento della base risulta pro-Unione; il 9 per cento è pro-Russia. Bruxelles ritiene comunque di tendere la mano alla nuova Serbia e giocare una partita doppia. Da un lato gli Studenti dovranno dimostrare che il loro è un piano di riforme “europeo”, dall’altro Bruxelles dovrà convincerli che l’adesione è il modo giusto per sostenerli. Potrebbe succedere, anche se è presto per saperlo. Nell’attesa, ci si può felicitare per come la democrazia sa abbattere gli autocrati. E dire che il voto, se ben espresso, è un’arma meravigliosa e potente.

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