Perché Rubio può essere utile a Giorgia Meloni

Se la postura sarà quella di una leader risentita per attacchi ingiustificati, forse l’immagine della premier potrebbe uscirne perfino rafforzata

Carlo BertiniCarlo Bertini
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni (foto Ansa)
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni (foto Ansa)

La conferma che Giorgia Meloni venerdì riceverà Marco Rubio, al termine del giro di colloqui del segretario di Stato Usa con i ministri degli Esteri e della Difesa italiani, dà spazio a due considerazioni: la prima è che se Donald Trump nutre scarsa considerazione per la nostra premier, da cui è rimasto deluso, forse l’amministrazione americana ritiene invece opportuno alzare il livello di una missione diplomatica mirata a ricucire i rapporti con un alleato considerato strategico per molteplici ragioni.

Il secondo aspetto rilevante è che Meloni considera così urgente avviare un rammendo diplomatico, dall’acconsentire di ricevere a Palazzo Chigi Rubio prima di ricevere pubbliche scuse dall’amico Donald.

Cosa resterà di questi anni Venti
Carlo BertiniCarlo Bertini
Giorgia Meloni all’insediamento come presidente del Consiglio nell’ottobre del 2022 (foto Ansa)

Certo, la volontà manifesta è di non prostrare il capo, sfruttando l’occasione di un bilaterale con il vero numero due della Casa Bianca per chiarire quanto detto lunedì: ovvero, che lei respinge le accuse di non essersi fatta carico delle proprie responsabilità con gli alleati. Ribattendo puntuta che «l’Italia ha sempre mantenuto i suoi impegni, in ambito Nato, anche quando non erano in gioco gli interessi diretti, in Iraq e Afganistan», Meloni difende l’immagine della nazione da chi l’ha definita sleale, inaffidabile e priva di coraggio.

E quando aggiunge che «alcune cose dette non sono corrette, anche perché nessuno si è presentato in una sede formale del patto atlantico a parlare delle scelte che sarebbero state prese», in sostanza fa capire che Trump non può lanciare accuse di scarsa collaborazione a chi non è stato neanche informato dell’intenzione di sconvolgere il mondo con una guerra disgraziata a due passi dall’Europa.

Se dunque Trump non mostra (ancora) alcun ripensamento sulla premier italiana, forse è il “deep state” a stelle e strisce in questa fase ad aver bussato alla nostra porta e non viceversa. Del resto, la memoria corre a quando Mario Draghi a palazzo Chigi definì Recep Erdogan «un dittatore»: un minuto dopo i suoi consiglieri diplomatici si misero all’opera per rimettere le cose a posto, considerati gli interessi economici, militari e strategici che da millenni legano il nostro paese all’ex impero turco.

Una reazione analoga deve essere scattata a Washington, quando Trump si è scagliato contro il solo emissario di Cristo in terra riconosciuto da milioni di americani e poi contro la rappresentante di una nazione strategica nel quadrante del Mediterraneo.

Non desta sorprese che il Papa, depositario della dottrina di Cristo e quindi sempre aperto ad accogliere l’ultimo dei peccatori, sia disposto ad aprire le braccia al discepolo di Trump con il capo cosparso di cenere. Meno scontato che prima di incassare un “mea culpa”, Meloni accetti di vedere l’emissario del leader Usa. Specie dopo aver constatato quanto agli italiani non vada giù questa famigerata guerra e quanto la sua popolarità possa beneficiare di una presa di distanze dal tycoon.

Ma la realpolitik ha sempre la meglio: se Meloni accoglie Rubio, non è perché si aspetta un messaggero di scuse, ma perché il suo pragmatismo le consiglia di guardare avanti. Provando magari a uscirne a testa alta: se anche venerdì la postura mostrata a favor di telecamere sarà quella di una leader risentita per attacchi ingiustificati, forse la sua immagine potrebbe uscirne perfino rafforzata.

Riproduzione riservata © il Nord Est