Cosa resterà di questi anni Venti
A un anno e mezzo dalla fine della legislatura, con le casse dello Stato vuote e una maggioranza ormai sfilacciata, è lecito chiedersi quale eredità lascerà il governo Meloni

Cosa resterà... di questi anni Venti? È il leit motive che risuona quando si pensa all’eredità che lascerà agli annali il governo Meloni. A un anno e mezzo dalla fine della legislatura, con le casse dello Stato vuote e una maggioranza ormai sfilacciata, la domanda infatti è lecita: che segno avrà impresso un governo forte di una solida maggioranza, ma fin qui in panne nel tentativo di portare a termine una qualche riforma strutturale?
Stop al Premierato, flop sulla Giustizia, Autonomia al palo è il bilancio urticante delle promesse mancate. Che vanno sfogliate una ad una per capire le ragioni di un fallimento, sempre però attribuibile – secondo le opposizioni – a una scarsa competenza di chi ha gestito i dossier. Il Premierato, succedaneo del Presidenzialismo caro a Meloni, è partito male, con un testo che toglie potere al capo dello Stato, per giunta inquinato da un assurdo bug normativo che incita gli alleati alla congiura per spodestare il premier eletto dal popolo; una riforma bocciata da tutti i costituzionalisti e mandata in cantina senza appello.
E poi: la separazione delle carriere dei giudici è morta in culla, la campagna referendaria affidata al ministro Nordio si è rivelata un disastro e gli italiani non gradiscono che si manipoli la loro Costituzione. Quanto all’Autonomia, smontata a pezzi dalla Consulta, malgrado la testardaggine del ministro Calderoli nel difendere le pre-intese con le Regioni, l’iter è lentissimo e “non andrà a buon fine”, prevedono i Fratelli coltelli.
Resta da capire se l’ultimo target di Giorgia, la riforma del sistema di voto italiano, sarà centrato. L’aria che tira in Parlamento, dove la Lega e Forza Italia fanno finta di non ostacolare una legge che toglierebbe a loro molti seggi, non giustifica alcuna scommessa. Del resto, quando il ministro di Fdi Luca Ciriani invita il Pd a battere un colpo su una legge che aiuterebbe Elly Schlein a imporsi come leader del centrosinistra, svela il tentativo di togliere le castagne dal fuoco alla maggioranza: addossando alle opposizioni la colpa di uno stallo su questo dossier.
Un governo travolto da una valanga di No al referemdum non avrebbe infatti buon gioco a cambiare da solo le regole del voto alla vigilia di elezioni: sarebbe un’esibizione di potere poco digeribile dalle più alte istituzioni.
La partita più delicata comunque si gioca sull’economia. La mancata discesa del deficit al 3 per cento del Pil per uscire dalla procedura di infrazione dei vincoli europei, ha ferito l’immagine di un’Italia virtuosa. Rendendo ardua la battaglia per ottenere da Bruxelles il via libera ad allargare le maglie per spese fuori budget. E per varare dunque una legge di bilancio elettorale a settembre.
Fa bene dunque Giancarlo Giorgetti a ricordare che «un paese indebitato non è un paese libero» e che l’Italia «non ha lo spazio fiscale» per avere mano libera come la Germania: il titolare dell’Economia giustifica così il rialzo dei prezzi e il congelamento di qualunque politica espansiva della crescita. Nulla di fatto pertanto su tasse, pensioni e sanità. Zero slogan da rivendersi. Se non fosse per quel piano casa da 4 miliardi di investimenti e 100.000 abitazioni che, se partisse, sarebbe un buon volano per risalire la china nell’ultimo miglio di qui alle elezioni del 2027.
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