Venezia persa in un bicchier d’acqua. Eppure le soluzioni ci sarebbero già
In quarant’anni i problemi della città sono rimasti gli stessi perché non è mai stata data risposta ad una questione fondamentale: come creare attività economiche e occasioni di lavoro alternative al turismo

L’economista Francesco Giavazzi interviene sul futuro di Venezia con una lettera che pubblichiamo.

Caro direttore,
la mia consuetudine con Venezia inizia negli anni ’70 quando insegnavo a Ca’ Foscari ed ebbi la fortuna, nel corso dei dieci anni che vi trascorsi, di avere alcuni straordinari studenti. Da allora mi sono occupato della città in diverse occasioni. Due in particolare: durante il governo Monti quando insieme al sindaco Orsoni riuscimmo a trasferire ampie aree dell’Arsenale dal Demanio dello Stato al Comune. Più tardi, durante il governo Draghi, convinsi i ministri Franceschini e Giovannini a proporre il decreto “Grandi Navi” che ne vietò, e tuttora ne vieta, il passaggio nel Bacino di San Marco.
Nonostante questi piccoli successi, a distanza di quarant’anni i problemi della città sono rimasti gli stessi e questo perché non è mai stata data risposta ad una questione fondamentale, che l’ex-sindaco Paolo Costa pone da anni: come creare nel comune di Venezia attività economiche e occasioni di lavoro alternative al turismo.
A Marghera non sono mai stati creati posti di lavoro che sostituissero i 20.000 persi dagli anni ’60. Alla de-industrializzazione di Marghera si è poi aggiunta la trasformazione di Mestre in un dormitorio per turisti “mordi e fuggi”, un’iniziativa che ha fallito l’obiettivo di arrestare il degrado della città soprattutto nella zona fra la stazione e i nuovi hotel.
Nella città d’acqua il problema della residenza è diventato un paradosso. Ci sono almeno 3.000 appartamenti vuoti di proprietà di vari enti pubblici che non hanno i soldi per ristrutturarli. E intanto gli infermieri dell’ospedale civile trovano un alloggio a un’ora e mezza dal posto di lavoro sul quale devono presentarsi alle 7 del mattino, troppo lontano per fare i turni previsti dall’ospedale che infatti ha una grande carenza di infermieri.
Il risultato è che gli uffici pubblici, anche la nuova cittadella della giustizia, si addensano a piazzale Roma accanto alla stazione ferroviaria. E intanto a Rialto i 10.000 metri quadri del Fondaco dei Tedeschi, dopo il fallimento del progetto “supermarket di super-lusso”, sono vuoti.
Il governo ha appena annunciato “un programma straordinario di interventi per il recupero e la manutenzione del patrimonio di edilizia residenziale pubblica e sovvenzionata” con l’obiettivo di rendere disponibili circa 60 mila alloggi popolari, ora non assegnabili perché in condizioni non adeguate e che richiedono interventi di ristrutturazione. Il prossimo sindaco dovrebbe presentarsi a Palazzo Chigi a giugno e chiedere risorse per ristrutturare quei 3.000 appartamenti che potrebbero ospitare circa 10.000 residenti: a settembre le gare per le ristrutturazioni potrebbero iniziare e i primi appartamenti essere assegnati già il prossimo anno.
Allo stesso modo una soluzione per grandi navi e navi porta-container va trovata, così come è stata trovata una soluzione per l’acqua alta con il Mose. L’unica possibilità concreta è costruire un nuovo porto offshore, fuori dal Lido, perchè l’aumento dei livelli di acqua alta renderà via, via più frequente l’attivazione del Mose e quindi lo stop alle navi.
L’avvio del progetto per un porto offshore è avvenuto nel 2021 quando fu lanciato un concorso pubblico, bandito dall’Autorità di Sistema Portuale del Mare Adriatico Settentrionale. Al concorso hanno partecipato diverse aziende delle quali una sola è stata ammessa alla fase finale (il nome finora non è stato reso noto). Il vincitore dovrà presentare un progetto dettagliato entro la metà di quest’anno.
Negli anni non sono mancate proposte intelligenti, mai attuate. Per citarne solo alcune: negli scritti di Guido Zucconi, Mestre è una città autonoma, non una periferia di Venezia; Roberto D’Agostino ha sviluppato un progetto per creare a Mestre un’area prospicente la laguna sul modello del porto di Boston, che si è trasformato nel corso degli anni in uno dei luoghi più interessanti e vivaci di quella città; Cino Zucchi propone di “lavorare sull’esistente”, rispettando il contesto ma introducendo nuove funzioni. Questa idea è sviluppata dall’ex-direttore dell’ultima Biennale-Architettura, Carlo Ratti: «La sfida non è costruire nuove città, ma trasformare quelle che abbiamo, adattando gli spazi ai cambiamenti climatici».
A nessuna di queste proposte le amministrazioni hanno dato ascolto. In un decennio di inerzia stagnante che ha impedito di pensare al futuro, si è dato spazio ad un attivismo frenetico, di piccolo cabottaggio, dallo sguardo breve, alla rendita e al tirare a campare. Mentre il mondo osserva con ironia un governo che ha perso Venezia in un bicchier d’acqua.
Ciò che accade altrove nel mondo suggerisce di riflettere sulla possibilità di puntare su un polo dell’innovazione: tecnologia, ma anche studi sugli ecosistemi fragili, sulla conservazione del patrimonio artistico, dedicato ad esempio all’arte contemporanea in collaborazione con la Biennale, tutte attività che potrebbero trovare una casa in laguna.
La baia di San Francisco, da Palo Alto fin su a Berkeley, e poi giù lungo la Silicon Valley fino a San Josè, è diventata uno dei più importanti poli tecnologici al mondo sfruttando due eccellenti università, un grande aeroporto, una città storica, San Francisco, seppur oggi in decadenza, e chilometri di una costa bellissima. Venezia ha tutto questo, a partire da un’ottima università e da una laguna unica al mondo.
Oggi la maggior parte degli studenti universitari veneziani non partecipano alla vita della città, sono pendolari che scappano in stazione appena le lezioni finiscono. Ma uno studente universitario ha bisogno non solo di lezioni; ha bisogno, anche e soprattutto, di una quotidianità intorno all’ateneo e della vita che si svolge nella città. Per far questo gli studenti devono vivere a Venezia. Per guardare avanti ci vorrebbero coraggio e ambizione, entrambe qualità che a Venezia sono mancate.
Con le elezioni del 24-25 maggio Venezia ha l’occasione di cambiare strada, ma per farlo dovrà essere guidata da un sindaco lungimirante. Gli elettori, molti di loro anziani, dovrebbero, nel loro stesso interesse, votare non per difendere il loro “piccolo mondo antico”, che pure non va perduto, ma per creare le condizioni affinché i giovani, in primis i loro nipoti, rimangano a vivere qui, e altri, italiani e non, scelgano di venire a vivere in una città che molto può offrire. —
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