Le riforme sono possibili, ma senza forzature
Il governo ha seguito una strada sbagliata, accreditando l’idea che la pronuncia popolare toccasse solo tangenzialmente i temi giudiziari

Il risultato del referendum sulla legge di revisione per la separazione delle carriere giudiziarie ha provocato nelle file della maggioranza di governo una sorta di epurazione che ha interessato personaggi coinvolti in procedimenti giudiziari antichi e nuovi.
La vicenda non ha toccato il ministro Guardasigilli Nordio, che pure si era dichiarato pronto ad assumersi responsabilità politica del fallimento d’una iniziativa la cui paternità gli viene – con il suo consenso – addebitata. Questa disparità di trattamento induce a riflettere sulle reazioni della maggioranza all’esito per essa negativo della consultazione referendaria.
Si ha come la sensazione che il governo intenda addebitare la sconfitta a ragioni anzitutto politiche, interpretandola come risultato di una protesta popolare alle sue scelte in materia di politica estera e interna, dal trattamento di fenomeni di corruzione alle misure in tema di lavoro e carovita, dal rilascio di un inquisito dalla giustizia internazionale alla vicinanza con gli Stati Uniti di Trump.
A tale ultimo riguardo è, anzi, interessante che da taluno si consideri il rifiuto ai bombardieri Usa di fare scalo a Sigonella come una mossa con lo stesso Trump concordata per far credere a un raffreddamento dei reciproci rapporti.
Ma se le sole reazioni alla vicenda referendaria sono queste, viene spontaneo osservare che il governo ha seguito una strada sbagliata, nascondendo sotto il velo delle misure sin qui prese l’intenzione di accreditare l’idea che la pronuncia popolare tocca solo tangenzialmente i temi giudiziari.
Se così fosse, il governo mostrerebbe di credere e coltivare il proposito di tenersi le mani libere in fatto di revisioni costituzionali e di riforma della magistratura. Ricordiamo che non a caso la presidente del Consiglio ha subito parlato di rammarico per un’occasione riformatrice perduta e della volontà di andare avanti con responsabilità e determinazione sulla strada intrapresa.
Ma non vi è spazio per riforme costituzionali, l’esito del referendum, in connessione con altri precedenti, dimostra invece che l’elettorato è diffidente, e alla resa dei conti contrario, a revisioni che tocchino l’impianto dei poteri della Repubblica. Pertanto non ha accettato innovazioni quali lo sdoppiamento del Csm e la rinuncia al metodo elettivo per la sua formazione, cui si è voluto procedere per destabilizzare la magistratura in nome e sotto il velo (o il pretesto?) della separazione di carriera di giudicanti e requirenti.
Che non vi sia ragione di ribaltare il sistema dei poteri per ottenere una piena attuazione del giusto processo, non significa che vi sia spazio per provvedimenti che favoriscano una distinzione dei ruoli dei due ordini di magistrati. Senza contare che la riforma Cartabia ha ridotto a uno il numero dei passaggi consentiti fra i ruoli nel corso della carriera del singolo magistrato, è possibile intervenire con riforme procedurali e incremento del numero dei magistrati per meglio garantire che chi è soggetto a un procedimento giudiziario penale non si trovi a essere giudicato da chi ha condotto nei suoi confronti la procedura istruttoria.
Quanto ai timori di chi – come avvocati penalisti – sostiene che può esservi connivenza fra giudicanti e requirenti in ragione della identità di formazione, del comune accesso alla carriera, della vicinanza di uffici, sembrano pretenziosi. I risultati dei processi non confermano questi timori se tante volte le richieste dei procuratori sono respinte o solo parzialmente accolte dai giudici. A parte che si potrebbe fare lo stesso discorso – sia detto senza malizia – a proposito di avvocati che difendono parti e interessi contrapposti pur avendo alle spalle studi e carriere comuni e l’appartenenza allo stesso ordine professionale.
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