Governo sotto pressione e scenari aperti: Meloni ora è nel vicolo cieco post referendum

Dalle dimissioni agli equilibri nella maggioranza fino all’ipotesi voto anticipato: il terremoto politico è anche auto-indotto

Fabio BordignonFabio Bordignon

Non sembra arrestarsi il terremoto politico scatenato dall’esito del referendum costituzionale. Che sembra avere condotto Giorgia Meloni in un vicolo cieco. Per uscirne, è stato detto, servirebbe un guizzo, un colpo di teatro, un coniglio dal cilindro. Già, ma quale?

Le dimissioni in serie imposte dalla premier sono davvero il minimo sindacale: mossa tardiva e insufficiente. Mentre gli effetti della sconfitta scuotono anche gli alleati. In particolare Forza Italia, partito nel quale la dimensione “aziendale” riemerge con forza, con le incursioni degli eredi del fondatore. La partita in vista delle prossime elezioni sembra dunque essersi improvvisamente riaperta, a prescindere dai meriti degli avversari, che navigano in acque altrettanto agitate.

Il paradosso, per Meloni, è che il terremoto in questione è largamente auto-indotto. Già da prima della consultazione, la leader di FdI aveva l’urgenza di esibire dei risultati. Ma non aveva alcuna necessità di sottoporsi a un sondaggio su larga scala, che certifica come la “figlia del popolo” abbia perso il suo popolo, o almeno una parte significativa di esso. Illudendosi sulle proprie capacità di portarlo sempre e comunque dalla propria parte. Ossessionata dalla necessità di fare il “contrario di Renzi”, anche Meloni si è fatta inebriare dal potere, andando dritta incontro al destino del predecessore.

Non è davvero chiaro come possa invertire la rotta. Sottraendosi a quella cottura a fuoco lento cui, secondo molti, sembra essersi condannata da qui a settembre 2027. Come abbiamo scritto nei giorni scorsi, l’exit strategy del voto anticipato potrebbe diventare una “tentazione” sempre più concreta, con il passare dei mesi. Incentivata dalla possibilità di potersi confrontare con un campo ancora frammentato e litigioso, incapace di esprimere una leadership e una “idea” di rilancio del paese.

Claudio Cerasa, affidandosi alle analisi di Francesco Giavazzi, ha sottolineato come il voto-subito potrebbe rappresentare un bene anche per l’economia. Tale percorso, tuttavia, presenta molti rischi. Ammesso che Meloni sia pronta a correrli, potrebbe comunque trovarsi di fronte a nuovi No. Dovrebbe fare i conti con le resistenze degli alleati (anche rispetto al percorso della riforma elettorale). E magari con quelle del Quirinale.

Sappiamo poi quanto Meloni tenga al titolo di “governo dei record”. Ma, mentre il primato in termini di longevità dell’esecutivo sembra a portata di mano, la stabilità di governo coincide ormai con una situazione di instabilità nel governo. Dentro uno scenario internazionale che proietta ombre sempre più sinistre sull’Italia (e i suoi “conti”). In questo quadro, rischiano di ridursi i margini di manovra rispetto alle misure per il rilancio. Le quali, a loro volta, potrebbero scontrarsi con nuovi vincoli e più robusti veti: non solo quelli interni alla maggioranza, ma anche quelli derivanti da attori esterni. L’Ue. La magistratura. Un sistema mediatico nel quale anche gli “amici” iniziano a lanciarsi nelle critiche. Un Paese che sembra avere riscoperto la forza della mobilitazione “contro”. Qualsiasi animale esca dal cilindro di Meloni potrebbe trattarsi, allora, di un coniglio bagnato. —

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