L'arte del "CamaleConte": tra Trump e il fronte progressista, il ritorno del trasformismo
Il pranzo romano con Paolo Zampolli riaccende i riflettori sulle acrobazie diplomatiche di Giuseppe Conte. Mentre Grillo rivendica il simbolo del M5S, l'ex premier gioca su più tavoli: dal pacifismo tattico all'apertura ai centristi, con l'obiettivo fisso di Palazzo Chigi

A volte ritornano. O, per meglio dire, non se ne sono mai andati. Del resto, la capacità di mimetizzarsi al meglio è uno dei requisiti strutturali, diciamo così, del camaleontismo. E, dunque, ora e sempre «CamaleConte».
Il ritorno d’attualità di questo connotato significativo del presidente del Movimento 5 Stelle è legato a un fatto di attualità, il pranzo recente in un ristorante romano con l’imprenditore Paolo Zampolli, figura di rilievo nella gerarchia informale e irrituale dal punto di vista istituzionale del trumpismo.
Cosa ci faceva il leader “pacifista” del “fronte progressista” con uno degli uomini più vicini al presidente statunitense guerrafondaio e di (estrema) destra?
Scoppiato l’affaire, Zampolli ha minimizzato, ricordando che lui e “Giuseppi” sono amici, come l’ex premier italiano lo è del Capo della Casa Bianca, e dunque si sarebbe trattato di un incontro di chiacchiere e convenevoli, nient’altro.
Giuseppe Conte ha reagito con durezza alla richiesta di chiarimenti provenienti esclusivamente dalle forze della maggioranza (a eccezione del riformista dem Filippo Sensi), affermando di avere portato all’«inviato speciale del Presidente Trump per le Partnership globali» le sue rimostranze rispetto alle operazioni belliche in Iran e altre lamentele.
Chissà… Certo è, nelle giornate in cui si rifa vivo sui social anche Beppe Grillo, annunciando l’avvio della causa per riprendersi la titolarità del marchio e del nome del M5S, che il CamaleConte può “perdere il pelo, ma non il vizio”.
Perché il trasformismo e il gattopardismo costituiscono una condizione strutturale (e, c’è poco da fare, anche un fattore di successo) del suo modo di fare politica. All’insegna di un pendolo che ritorna, così, spesso al punto di partenza, come giustappunto al filotrumpismo esplicitato dal rendez-vous con Zampolli, ma che riesce pure a “scartare” cambiando parzialmente, e a livello declaratorio, la posizione sull’Ucraina.
Oppure aprendo alla possibilità di alleanze con liste centriste, perché «si deve battere la destra» (e, si sa, politicamente questo è il lasciapassare par excellence per giustificare qualunque mossa a sinistra, foss’anche sconfessare molto di quanto detto in precedenza).
“Di lotta e di governo”, “progressista” ma occhieggiante a destra sulle politiche dell’immigrazione, per i cortei giovanili di protesta “ma anche” per una maggiore sicurezza nell’ordine pubblico, proPal e al tempo stesso premuroso nel non irritare i trumpisti, attento alle ragioni della Russia eppure oggi più comprensivo nei confronti della battaglia di resistenza condotta dagli ucraini contro l’invasore putiniano. Eccetera, eccetera. Il CamaleConte, per l’appunto, l’antropologia di una certa politica italiana, quella del machiavellismo (nel senso non filologico del termine), ovvero della spregiudicatezza dei mezzi subordinati al fine, e della “volontà di potere” di sbarcare di nuovo a palazzo Chigi, costi quel che costi.
Al punto da essersi intestato il No al referendum su cui Elly Schlein era stata decisamente più attiva, e il M5S all’inizio meno “intraprendente”. Ma, come sempre, e grazie anche ai suoi robustissimi network relazionali, Conte riesce a giocare più parti in commedia, e su più scacchiere. Un talento, niente da dire...
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