Il metodo della follia: l’azzardo di Trump e il rebus del regime iraniano
Tra minacce di ritorno all’«età della pietra» e annunci di vittoria, il tycoon ignora la distinzione weberiana tra convinzione e responsabilità

Il discorso di Trump agli americani conferma che per The Donald non vale in alcun modo quanto sostenuto nell’Amleto. Constatava Polonio nella tragedia shakespeariana osservando il bizzarro comportamento del principe di Danimarca: “C’è del metodo in questa follia! ”. Qui, invece, pare evidente che c’è solo follia. Senza alcun metodo. Cosa assai grave, dal momento che l’uomo guida il paese più potente del mondo.
Del presidente Usa colpisce ogni volta il suo affermare tutto e il contrario di tutto. E, spesso agire smentendo quanto ha appena sostenuto. Il più delle volta usando categorie assai poco politiche. Tattica? No, mera improvvisazione! Una condotta destabilizzante, che mina ogni prevedibilità, generando scenari in cui all’euforia segue il panico: nei mercati, come nelle cancellerie. Nella circostanza Trump è riuscito a dire, ancora una volta, cose che non hanno fondamento o capaci di produrre effetti, politici ed economici, che un leader che ha un simile potere dovrebbe tenere presente quando parla. Ma la distinzione tra etica della convinzione ed etica della responsabilità – secondo Max Weber sorta di obbligo tanto più per chi fa politica ed esercita importanti ruoli -, per lui sembra non valere.
Anche stavolta ha lanciato segnali contraddittori: affermando che “entro due o tre settimane finiremo il lavoro” e che gli Usa sono molto vicini alla realizzazione degli obiettivi, promettendo di riportare, in quel lasso di tempo, l’Iran “all’età della pietra”. Al contempo, nei social o in interviste, afferma che il negoziato va bene: prospettiva facilitata dal fatto che l’Iran “ha cambiato regime”. Affermazione alquanto azzardata, che mostra come il tycoon confonda il ricambio di una leadership, come quella impersonata da Alì Khamenei e Alì Larijani, e gli alti vertici militari della Repubblica Islamica, con un cambio di regime. Situazione del tutto inesistente, visto che, nel clima di guerra, a Teheran ormai comandano i Pasdaran, che del regime sono il braccio militare e ideologico.
Inoltre, Trump continua a parlare di vittoria ma il bilancio del conflitto non può essere fatto guardando alla sola dimensione militare, ovviamente favorevole agli Usa e Israele. Sul piano politico, infatti è Teheran a segnare dei punti, sia pure a costi elevatissimi. Certo il suo programma nucleare ha subito duri colpi e il sistema missilistico è stato in buona parte distrutto, ma l’Iran è riuscito a mettere all’angolo i paesi del Golfo, a infierire a principi ed emiri un severo danno reputazionale ed economico, a bloccare Hormuz facendo schizzare in alto il prezzo del petrolio, a rendere difficile la produzione e l’esportazione di gas del Qatar, a mostrare che l’ideologia islamista declinata in chiave di nazionalismo farsi, consente al regime di resistere alla pressione esterna. E a mandare in crisi, oltre che l’economia mondiale, anche il morente sistema di alleanze occidentali, consolidando un vasto fronte antiamericano che va dalla Cina alla Russia sino agli altri Brics. Ma Trump tutto questo sembra ignorarlo, perduto nel sogno di un America First! che presto potrebbe rivelarsi un incubo.
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