La riforma elettorale è un porcellum ripulito, ma non troppo
Anche la nuova legge è congegnata per togliere agli avversari l’eventuale vantaggio nei collegi uninominali

Proprio vero, del porcellum non si butta via niente… A vent’anni di distanza, torna di moda l’impianto della vecchia legge Calderoli, che si ritrova nella riforma elettorale presentata dal centrodestra in Parlamento. Che mantiene molti limiti del poco illustre predecessore.
Ricapitoliamo brevemente: perché porcellum? Perché dall’inizio della Seconda repubblica ogni legge elettorale è stata etichettata con latinismi (via via più improbabili). Perché così il primo firmatario battezzò la legge del dicembre 2005: “una porcata”. Quel sistema, tuttavia, venne utilizzato per ben tre elezioni. Prima di essere abbattuto da una sentenza della Consulta.
Il progetto di legge depositato questa settimana ne riproduce i tratti salienti: formula proporzionale, con premio di maggioranza, indicazione del candidato premier per ciascuna coalizione. Con un obiettivo dichiarato: favorire la stabilità dei governi. E un obiettivo occulto: limitare le chance dell’avversario.
Cercando allo stesso tempo di schivare i vizi di incostituzionalità, attraverso la vera novità della proposta di legge: il ballottaggio tra le due coalizioni che non raggiungono il 40%, ma superano il 35. Insomma, quelle soglie minime che nella legge del 2005 non c’erano, intaccando il principio della rappresentanza.
Le nuove soglie saranno ritenute idonee a evitare una eccessiva distorsione del risultato? La possibilità di sforare il 55% dei seggi – con conseguente controllo sulle istituzioni di garanzia (anzitutto, sul Quirinale) – configurerà, per la Corte, un premio sproporzionato? Le liste bloccate saranno sufficientemente “corte” da scongiurare vizi di costituzionalità? Vedremo. Di certo, esattamente come nel 2005, anche la nuova legge è congegnata per togliere agli avversari l’eventuale vantaggio nei collegi uninominali.
Dovrebbe comunque spingerli a unirsi, in un campo “largo”, per provare a prevalere anche di un solo voto. Con l’ulteriore bega di dover indicare, prima del voto, un “capo” della coalizione. Sempre che qualcuno non sia tentato dalla corsa solitaria, e acquisisca un peso tale da far saltare il dispositivo: come il M5s del 2013 o del 2018, per capirci.
Sì, perché nemmeno il porcellum reloaded è in grado di generare, necessariamente, una maggioranza. Quindi un governo e un premier direttamente scelti dai cittadini. Quantomeno, non in entrambe le camere. Il ballottaggio potrebbe non essere sufficiente. Il premio potrebbe scattare alla Camera ma non al Senato, o viceversa. Potrebbe persino consegnare maggioranze diverse nei due rami del Parlamento. Risultato: stallo, instabilità, necessità di larghe intese. Insomma, tutto quello che il centrodestra meloniano afferma di volere evitare.
Tali rischi paiono più ridotti rispetto alla legge del 2005. Ma rimangono. E, oggi come nel 2005, sembrano dipendere da fattori simili. La fretta. La paura di perdere (allora). O di non vincere (oggi). La ricerca di compromessi tra principi (e interessi) diversi. L’eccessivo ripiegamento dei calcoli della maggioranza sui numeri attuali. Il risultato è l’attuale impianto della proposta. Non sappiamo quanto potrà cambiare nell’iter parlamentare. Per ora, un porcellum 2.0: ripulito, ma non troppo.
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