Il conto salato della guerra sulle tasche degli italiani
In attesa di un risultato strategico comunque aleatorio, l’effetto del conflitto in Iran è stata un’accelerazione dei prezzi globali

Fingere sorpresa è una pratica diffusa per negare di essere rimasti ad attendere il temporale annunciato senza procurarsi un ombrello. Succede, purtroppo. E possiamo immaginare che accadrà anche giovedì quando la Bce, come si prevede, alzerà di 25 punti base i tassi di interesse Ue portandoli al 2,25 per cento, in vista di una mossa analoga in luglio o settembre.
Si sentirà maledire Christine Lagarde per essere stata costretta a fare ciò che i Trattati le impongono, ovvero utilizzare la leva monetaria per tenere l’inflazione intorno al 2 per cento. Facile quanto inutile.
La sciagurata offensiva contro i tremendi iraniani scatenata da Usa e Israele, probabilmente la guerra peggio programmata dalla campagna di Grecia del 1940, ha chiuso lo stretto di Hormuz, bloccando il 20 per cento delle risorse petrolifere planetarie e non solo.
In attesa di un risultato strategico comunque aleatorio, l’effetto del conflitto è stata un’accelerazione dei prezzi globali, con l’indice europeo che vola verso il 3 per cento annuo, ma che al banco alimentare è ben più alto, per non parlare delle bollette. A Francoforte non avevano altre opzioni.
La mossa peserà su cittadini e imprese che già pagano il conto della sfida militare a Teheran. Dal 28 febbraio, giorno del primo “ruggito del leone” di Donald e Bibi, il tasso Euribor a tre mesi ha varcato il 2 per cento ed è giunto a quasi il 2,4, con gli analisti che scommettono su un quasi 3 per cento per fine anno. Vuol dire che mutui e prestiti diventano più cari in un contesto in cui i prestiti personali per piccole somme marciano nelle banche di sistema verso l’8 per cento.
È il conto spietato della guerra in Medio Oriente che schiaffeggia la crescita, oscura l’orizzonte e non può che preoccupare un Paese indebitato come l’Italia dove, ricorda l’indipendente Ufficio Parlamentare di Bilancio, la spesa per interessi, stabile al 3,9 per cento del Pil nel 2025, è attesa in aumento fino al 4,5 per cento nel 2029. Sono quasi 90 miliardi gettati al vento.
È una perdita di tempo dare del “catastrofista” a chi, pur considerando le straordinarie virtù di una parte della nostra economia, osserva saremmo in stagnazione o peggio senza il Pnrr (che da solo vale, stima l’Upb, mezzo punto di maggior sviluppo).
Ed è dannoso, invece, invocare di aggrapparsi ad altro deficit pubblico. “I conti sono più solidi – ammonisce la presidente dell'Upb, Lilia Cavallari –, è pertanto essenziale mantenere un percorso credibile di riduzione del debito per evitare che eventuali shock generino crisi di ampia portata”. Segue l’invito ad agire sui fondamentali di una congiuntura dalle fasi alternate, a non mollare sulle privatizzazioni (valgono lo 0,8 del Pil), ad agire sull’equità impositiva.
Giusto mercoledì la premier Meloni ha rilanciato la riforma fiscale, una mossa più che utile se giusta. Come la Commissione Ue, anche l’Upb se l’è presa con la flat tax. Il messaggio è che l’accresciuta progressività dell’Irpef, «unita all’ampliamento dei regimi sostitutivi ad aliquota piatta, ha accentuato le disparità di trattamento tra le varie tipologie di reddito e allontanato l’obiettivo di graduale perseguimento dell'equità orizzontale previsto per la riforma fiscale».
Distrae il gettito, sintetizza Bruxelles, che ragiona sugli effetti della borsa stretta su lavoro fragile, salari deboli, sanità e istruzione non ricche quanto sarebbe opportuno.
Sono riforme realizzabili e per il resto è meglio attrezzarsi. Con la peggiore dinamica del Pil dell’Ocse, e la produttività che dà segnali di ripresa sebbene non nei settori più decisivi (come tessile e meccanica), l’Italia deve seguire l’esempio del ministro Giorgetti al Tesoro, per tenere i cordoni stretti e tirare i denari fuori dalla casse della Repubblica con senno e oculatezza, pensando al benessere che deriva dalla crescita e da come l’economia viva di consumi, dunque di redditi.
In attesa che le guerre finiscano (pure le commerciali), riconoscere la tempesta possibile e chiedere che ci si doti di un parapioggia a tutela della collettività non può essere in alcun modo classificato come un vezzo da catastrofisti.
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