Il paradosso apparente del mercato

Veneto e Friuli Venezia Giulia avviano la prima fase dell'ampliamento strutturale della denominazione. Una mossa per superare il sistema delle deroghe annuali dopo il record storico di 667 milioni di bottiglie nel 2025. Istanze aperte fino al 26 giugno: vincoli green con siepi e boschetti obbligatori

Gianni Moriani

C’è un paradosso apparente nella decisione del Consorzio di Tutela del Prosecco DOC di ampliare di 3.050 ettari la superficie vitata della denominazione. Il mercato globale del vino rallenta, i consumi calano in molti paesi tradizionali, i dazi americani minacciano il principale mercato di esportazione.

Eppure le Regioni Veneto e Friuli Venezia Giulia hanno deliberato, a fine 2025, un adeguamento del potenziale produttivo della denominazione, portando la superficie dagli attuali 24.450 ettari ai 27.500 ettari.

Come si spiega? La risposta è nei numeri degli ultimi cinque anni. Dal 2021 al 2025, il Consorzio ha dovuto ricorrere ogni anno a integrazioni temporanee del potenziale viticolo per far fronte a una domanda che la superficie ufficialmente riconosciuta non riusciva a soddisfare: 6.250 ettari aggiuntivi nel 2021, 7.800 nel 2022, 5.800 nel 2023, 3.900 nel 2024, 6.900 nel 2025. In media, seimila ettari l'anno di deroga strutturale. L'ampliamento approvato a fine 2025 non è dunque una scommessa sul futuro: è il riconoscimento formale di una realtà già in atto da anni.

Come ha risposto il mercato alla serie di ampliamenti? Il Prosecco DOC ha chiuso il 2025 con 667 milioni di bottiglie imbottigliate — il dato più alto di sempre — per un export complessivo da 2,2 miliardi di euro.

L'82% della produzione è destinato all'estero, con gli Usa al primo posto nonostante la pressione dei dazi, seguiti dal Regno Unito e da una Francia che, per la prima volta nella storia, ha conquistato la terza posizione con una crescita del 19,8%. Numeri che certificano come il Prosecco non sia più una bollicina di moda, ma una denominazione strutturata con una domanda stabile e articolata su più mercati.

Va aggiunto che gli ettari oggetto di integrazione sono già esistenti all’interno della denominazione, ma, pur rispettando il disciplinare, non sono rivendicabili a Prosecco in forza dei provvedimenti di blocco vigenti dal 2011, al fine di salvaguardare l’equilibrio di mercato. Ne consegue che il ricorso a tali superfici determina semplicemente la valorizzazione di una capacità produttiva già presente, senza ricorrere a nuovi impianti.

L'incremento avviene in due fasi. La prima fase immette 3.050 ettaricirca il 12% della superficie attuale — con istanze aperte fino al 26 giugno 2026. La seconda fase aggiungerà i restanti 3.000 ettari, ma senza date ancora fissate: le Regioni si sono riservate di stabilirne tempi sulla base dell'andamento del mercato e previa delibera del Consorzio. La quota maggiore dell'intero incremento — l'81,5% — spetta al Veneto; il resto al Friuli Venezia Giulia. Cento ettari sono riservati a nuovi impianti tramite bando pubblico, per allargare la platea dei produttori che attualmente non sono nella denominazione.

Non mancano le condizioni. Chi vuole accedere alle nuove superfici deve impegnarsi nella sostenibilità, realizzando un impianto arboreo-arbustivo pari ad almeno il 5% della superficie assegnata (complessivamente oltre 150 ettari a siepi e boschetti), oppure versare un contributo di 3.750 euro per ettaro destinato a interventi ambientali.

Il presidente del Consorzio Giancarlo Guidolin ha tenuto a precisare che non si tratta di espansione indiscriminata, ma di «uno strumento di governo e di equilibrio del sistema». L'obiettivo dichiarato è quello di mantenere la sostanziale stabilità nell’andamento del valore raggiunto in questi anni. Più superficie riconosciuta significa meno dipendenza dalle deroghe temporanee, più prevedibilità per i viticoltori, più stabilità per chi investe, ovvero portare a condizioni che consentono una migliore programmazione. L’ultimo giudice resta comunque il mercato.

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