Il confronto al rovescio sulla giustizia

Più italiani andranno votare e più la destra guidata da Giorgia Meloni avrà possibilità di vincere al referendum

Carlo BertiniCarlo Bertini
La premier Giorgia Meloni e il ministro della Giustizia Carlo Nordio (foto Agf)
La premier Giorgia Meloni e il ministro della Giustizia Carlo Nordio (foto Agf)

Ma che succede? Sembra strano, ma a ben guardare, i due fronti contrapposti nella partita della giustizia stanno giocando la loro campagna elettorale tutta al rovescio.

Vediamo perché: i sondaggi ci spiegano che più italiani andranno votare e più la destra guidata da Giorgia Meloni avrà possibilità di vincere. Ed è evidente che con Meloni nel ruolo di locomotiva della campagna referendaria, molta più gente sarebbe disposta ad alzarsi da tavola domenica 23 marzo, prendere la macchina, trovare parcheggio, entrare nel seggio, fare la fila e dire Sì solo per non far vincere la sinistra.

E allora, perché la stessa sinistra, invece di battere solo sul tasto della Costituzione stravolta – argomento forte, capace di smuovere da casa solo le masse progressiste – fa di tutto per esasperare il clima facendo passare il messaggio che sarà un referendum sul governo e sulla premier? In teoria dovrebbe fare l’opposto. Invece gli insulti del giudice Gratteri, urla e polemiche esasperate accendono l’interesse e mobilitano al voto anche gli amici della premier.

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Sergio BartoleSergio Bartole
Il ministro della giustizia Carlo Nordio

E perché Meloni sente il bisogno di far ribadire alla sorella Arianna che il referendum non sarà sul governo? Perché vuole invogliare la gente a disertare le urne, visto che gli italiani hanno capito che separare le carriere dei giudici non sanerà le pecche della giustizia e non accelererà i processi?

Eppure niente, malgrado giocoforza questo referendum si ridurrà a un Sì o No a Meloni, l’interessata fa di tutto per negarlo. Sforzo arduo, visto che un No sancirebbe il fallimento della sola riforma portata a termine in cinque anni di legislatura rispetto alle tre scelte (con Premierato e Autonomia regionale) quali pilastri del programma di governo.

Quindi, una consultazione popolare su una legge così qualificante ha a che fare eccome con il governo Meloni. Ma tirandosi fuori dalla contesa, Giorgia rischia di perdere. Perché come stima Youtrend, minore sarà l’affluenza maggiore sarà il vantaggio dei No: se la percentuale dei votanti supererà il 55 per cento la vittoria del Sì è data al 56 per cento; mentre il No alla riforma vincerebbe se l’affluenza scendesse intorno al 46 per cento. Quindi, se la premier teme di perdere la sfida, starne alla larga non la aiuterà certo a far lievitare la partecipazione.

Si dirà: Meloni non vuole fare la fine di Renzi, che dovette dimettersi per aver perso il referendum costituzionale dopo averci messo non solo la faccia, ma le gambe e i piedi. Peccato che la sua era una condizione del tutto diversa: il “rottamatore” si dimise perché salito a palazzo Chigi con una discutibile operazione di palazzo (un premier Pd, Enrico Letta, sostituito da un altro premier Pd) aveva bisogno di un voto popolare che lo legittimasse nel suo ruolo di premier. Meloni invece lo è diventata vincendo le elezioni, quindi anche se perdesse non avrebbe alcun obbligo politico di dimettersi.

Ma al di là delle sue intenzioni, nel rush finale a due settimane dal voto, se i sondaggi continueranno a prevedere una bassa partecipazione al voto, Giorgia sarà costretta a infilarsi nel salotto di Vespa e nei telegiornali, chiedendo un bel primo piano cinematografico riservato alle dive del cinema muto. Ottenendo ciò che la sinistra teme, ma al tempo stesso stimola con questa campagna giocata a ferro e fuoco: una chiamata alle armi della destra conservatrice.

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