L'Europa dei proclami e il bivio di Draghi: la rivoluzione frenata dal fattore tempo

Tra barriere interne che bruciano 600 miliardi e il nodo dei finanziamenti, l'Ue cerca una strategia per competere con Usa e Cina. Ma il rischio resta il "cambiare tutto per non cambiare nulla".

Marco ZatterinMarco Zatterin

Tutto bene, signore e signori leader a dodici stelle, alla buon’ora promettete di completare il mercato interno, semplificare le regole che lo governano, adottare una politica commerciale ambiziosa e pragmatica, con tanto di preferenza comunitaria per appalti e simili. Fatelo subito e cresceremo tutti. La memoria, vera maledizione di chi è convinto che l’Unione faccia la forza, costringe tuttavia a ricordare la dimezzata Strategia di Lisbona (2000-2010), il pannicello tiepido di Europa 2020, le incertezze del Green Deal (2020-2050). I progressi ci sono stati, ma hanno sempre perso il duello con le parole, con i proclami seguiti a una pletora di “vertici storici”. Così non resta che auguravi buona fortuna e porre tre domande: come pensate di farlo? Quando, visto che non sarà presto come dovrebbe? Soprattutto, in presenza di un conto da 1200 miliardi, con quali soldi sarà finanziata la rivoluzione con cui rendere l’Europa più grande?

Il fattore tempo è centrale, mentre Trump gioca contro l’Europa e c’è una guerra alle porte. Ieri Mario Draghi ha avvertito i capi di Stato e di governo riuniti del castello belga di Alden del «deterioramento del panorama economico». Le previsioni attribuiscono all’Ue una crescita di poco superiore all’1 per cento nel 2026, la metà degli Stati Uniti e un terzo della Cina. Siamo un sistema lento perché abbiamo lo Stato sociale, che va difeso. Ma secondo la Bce le barriere interne al mercato unico bruciano un potenziale di 600 miliardi l’anno. Abbatterle in fretta è necessario, motivati a evitare le ideologie nazionali (vedi eurobond) e il fuoco amico (vedi Mercosur). I contrappesi democratici europei fanno sì che una norma con la procedura ordinaria richieda 18 mesi per essere approvata. Se anche il vertice di marzo definisse un piano concreto, fra proposte della Commissione, approvazione del Consiglio e voto del Parlamento si andrebbe al 2028.

Esempio. Nello schema suggerito da Enrico Letta spicca la creazione di un ventottesimo regime fiscale comune entro l’anno per le imprese. La proposta legislativa è attesa per il 18 marzo. Sindacati, associazioni di start up e i governi sovranisti sono contrari. Ci vuole il migliore ottimismo della volontà per vederlo votare rapidamente, a maggior ragione se si ripassa l’esito delle 383 raccomandazioni contenute nel piano Draghi del settembre 2024: solo l’11,2% è stato pienamente realizzato.

Fra il dire e il fare, in Europa, ci sono di mezzo capitali, cancellerie, lobby conservatrici e beghe politiche interne. Dato che non si cresce senza investimenti, a un certo punto bisognerà pagare il conto. Come? Nessuno è disposto a rimpinguare il bilancio comune, la Germania frena sugli eurobond per fare cassa comune e Giorgia Meloni dice che lei li vorrebbe, ma è un argomento divisivo, dunque nulla. Francia e Spagna spingono lo stesso. E allora? Serve urgenza e consapevolezza. L’importante è non cambiare tutto per non cambiare nulla, e magari cominciare dall’energia, disaccoppiando il costo delle fonti tradizionali da quelle alternative. Proprio come suggeriva la premier prima di essere eletta. Il tempo che passa, spesso, non fa il suo mestiere.

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