Troppo facile dire chi rompe paga: la provocazione dei giovani che la politica rifiuta di capire
Riflessione sull'illusione di risolvere la questione giovanile con le sanzioni: le radici profonde di una rabbia che va oltre il danno materiale

Ecco ciò che i governanti quasi automaticamente ripetono in risposta alle domande sollevate dai recenti disordini di piazza: «Chi rompe paga». E, se chi crea danni non ha l’età per pagare, devono pagare i genitori. “Pagare”, come se il punto principale della questione fosse appunto il danno pecuniario provocato dai giovani manifestanti.
A nessuno può sfuggire che questa è una maniera per spostare il problema: qui – come tutti sanno – la questione principale è molto più preoccupante: pagare, e punire coloro che producono danni materiali, non entra nel cuore del problema, anzi è un modo per allontanarne la sostanza, far finta che essa non esista.
Pagare, ecco dunque la punizione che può sistemare tutto, ed ecco anche l’altra parola chiave, “punire”, con la quale ci si illude (e si illudono tutti i cosiddetti cittadini pacifici) che si possano sistemare gli attuali disordini. Appunto: rimettere ordine, facendo pagare i danni subiti e punendo coloro che li hanno provocati. Tutto qui quello che coloro che oggi governano il nostro Paese riescono a fare e a dire? Sembrerebbe di sì, e allora ragioniamoci su per un momento.
Pagare e punire. Se fosse così semplice, se ci accontentassimo di questo, sarebbe abbastanza evidente, quasi lapalissiano, che vogliamo chiudere gli occhi davanti alla realtà di ciò che sta accadendo. Per riuscire a tenerli un po’ più aperti dovremmo cancellare dalla nostra testa l’ovvietà che “punire” è più importante e urgente che “capire”. La “punizione” da paventare (e da esercitare) nei confronti di chi produce problemi e danni di ordine pubblico, dovrebbe essere la conseguenza di una effettiva “comprensione” di quanto accade.
D’accordo, i tempi sono rapidi, ma potevano essere preceduti da una riflessione relativa alla realtà che stiamo tutti vivendo oggi, e invece di quella riflessione, di quel pensiero, di quel “capire” che adesso sarebbe decisamente necessario, non c’è traccia, nessuno di coloro che hanno il compito di dirigere il Paese ne ha avvertito la necessità.
Non c’è stato il tempo? Non direi proprio: questa “comprensione” non la si è voluta considerare un’esigenza importante, tempo perso, così forse si è creduto, perché la punizione parla da sola, è sufficiente per capirsi. È abbastanza chiaro che veniamo messi di fronte a qualcosa che i dirigenti politici hanno ritenuto ovvio: cosa c’è da capire, è inutile perdere tempo quando urge la punizione e quando, nell’idea stessa di “punire”, è racchiuso tutto ciò che c’è da dire. Il resto è tempo perso: ecco la politica che stiamo vivendo (e che speriamo di riuscire a correggere almeno in parte).
Nella pesante affermazione “chi rompe paga” (pesante se la guardiamo con un occhio politico nutrito di pensiero critico), non colpisce solo quel “pagare” che attraversa ormai tutta la nostra cultura quotidiana, ma dovremmo rivolgere uno sguardo attento (e possibilmente critico) alla parola “rompere” che presenta una quantità di spunti che possono farci riflettere.
Tutti conosciamo bene le sfumature significative che appartengono a questa parola nel linguaggio quotidiano, basta pensare al termine “rompiscatole” che adoperiamo per qualificare qualcuno di fastidioso e che appunto rifiutiamo perché produce in noi un atteggiamento di fastidio. Voglio dire che non è solo una questione di vetrine in frantumi, ma che – forse – è innanzitutto la caratterizzazione del disturbo che generano in noi gli atteggiamenti che vorremmo eliminare dalla società in cui viviamo.
I giovani (e giovanissimi) di quella manifestazione milanese “rompono le scatole” a chi vorrebbe vivere calmo e pacifico, procurano in noi un fastidio che sta al di qua e va al di là del gesto che vorremmo punire: quelli che “rompono” dovrebbero essere puniti perché ci infastidiscono, ed eccoci di nuovo al punto.
Questo punto consiste nel fatto che, per noi, ciò che ha importanza è il fastidio che arrecano alla nostra esigenza di goderci nei giorni festivi il piacere di passeggiare in centro città, osservando non senza desiderio le vetrine dei negozi lì agghindati che ci attraggono. Ci sottraggono un godimento e anche (o soprattutto?) per questo devono ricevere una punizione.
Che dietro a tale disturbo-rottura stia un malessere sociale molto più diffuso che nega l’importanza del “pagare” e la centralità del denaro nella società attuale, e che dunque quella che chiamiamo “una rottura” sia anche un’utile provocazione rivolta al cittadino benestante, di tutto questo non siamo apparentemente interessati e non sarebbe male che qualcuno ce lo ricordasse.
La conclusione a cui voglio arrivare è evidente: qualcuno, a modo suo, smaschera una normalità che non vogliamo vedere, e allora noi ci difendiamo senza renderci conto del malessere sociale che viene messo in campo. Ci difendiamo voltando gli occhi per vedere soltanto l’insensatezza e la violenza dei gesti di provocazione che ci disturbano. E per diventare ancora più ciechi nei confronti dei nostri comportamenti.
Se i gesti compiuti da questi “ragazzini” (così li chiamiamo) ci sembrano solo insensati, forse vuol dire che oltre a ignorare il malessere che comunicano, ci sentiamo completamente avvolti in un benessere alquanto fasullo. E certo non basta incriminare qualcuno che potrebbe avere ideato un simile disagio.
Riproduzione riservata © il Nord Est



