Processi e carcere non fermano il disagio: le insidie della “trappola punitiva” e la lezione di Milano
Il flop dell'accusa di istigazione terroristica nel caso Youssef Siher mostra i rischi di punire il linguaggio di protesta anziché intervenire sulle cause reali

Le logiche securitarie sono del tutto lecite. Ci mancherebbe. Alla condizione che una logica esista, tuttavia, e non si sprechino tempo e risorse in propositi e obiettivi irraggiungibili.
La lunga teoria di decreti-legge in materia di sicurezza non hanno portato grandi risultati se, alla fine, si son dovuti spedire 500 paracadutisti a Milano per domare incidenti e propositi di scontri di piazza. Il presidio fisico delle vie e delle piazze con tute mimetiche e blindati è la prova provata che norme, pacchetti e manette servono a poco.
La deterrenza che le regole dovrebbero esercitare su violenti e facinorosi è praticamente inesistente.
In quattro anni solo i rave party sono finiti male, per il resto niente o poco di nuovo sotto il cielo della sicurezza, dai reati predatori alle violenze sessuali, dalla legittima difesa al femminicidio, dai coltelli alle morti sul lavoro.
Chiariamoci bene. Esiste una questione sicurezza nel paese e che questa ha molto a che vedere con la questione giovanile, declinata in una questione addirittura minorile. La stretta penale e di prevenzione è imponente, ma i risultati sono obiettivamente scarsi, se il ministro dell’Interno lancia allarmi preoccupati in vista delle manifestazioni di protesta del prossimo 30 ottobre come se nulla fosse cambiato nello scacchiere degli scontri di piazza.
A ben vedere sono proprio questi allarmi a dare la misura che le norme penali servono a poco e che non basterà un lontano (dopo anni di processi) e debole (con pene per forza miti) tintinnio delle manette a fermare le violenze.
Il processo penale e le pene che può irrogare non sono certo una via per pacificare la società e impedire violenze e disordini. Anzi tanto più è grande la tensione e più radicale la contrapposizione, tanto più la punizione legittima i violenti e i facinorosi e gli consegna un rango di pericolosità. E’ la trappola punitiva del XXI secolo in cui lo status di influencer o di sobillatore si conquista anche con l’importanza che lo Stato assegna a questi e con il livello di allarme con cui risponde alle minacce reali o percepite. E questo ci spedisce dritto sulla questione del fermo e della successiva scarcerazione di Youssef Siher e alle polemiche che ne sono divampate.
E’ evidente che quello che è accaduto a Milano, le devastazioni e le scorrerie vadano punite ed evitate per il futuro. L’idea di un “Grande vecchio”, però, che manipola e istiga le folle è una scorciatoia insidiosa e di breve respiro. Lo è stato anche a tempi del terrorismo, e poi l’errore si è tragicamente ripetuto con le stragi di mafia. Si corre il rischio di punire la mera dissidenza, la libertà di espressione, la contrapposizione ideologica anche dura con le istituzioni; tutte cose che lo Stato deve contrastare sul piano sociale e politico, non con le carceri.
La lotta al “Sistema” può prevedere un linguaggio ruvido, esaltato, esaltante, ma perché ci sia istigazione - e per giunta con finalità terroristica- è necessario che si accerti con rigore che le parole sono pietre; che al linguaggio sia seguita una reale minaccia per la società; che la libertà di pensiero sia stata piegata a creare un clima di paura e di odio. Per quanto di grave sta accadendo in Italia, e altrove in Europa, l’illusione securitaria rischia un brusco risveglio, messa a far di conto con norme repressive ad ampio raggio che, però, non rimuovono né mitigano le cause del disagio e della violenza. Né in Francia, né in Spagna e persino nella oppressiva Serbia, ribaltata dal voto studentesco, si sono approvate leggi d’emergenza, ma si è scelta la strada della repressione «ordinaria», ricorrendo agli strumenti già a disposizione, senza enfatizzare arresti e manganelli e senza dare la caccia a oscuri signori della guerriglia urbana.
Visto il (momentaneo?) flop del caso Youssef Siher, è chiaro che il pendolo della sicurezza torna nell’opaco territorio della piazza e dei manifestanti violenti e nei prossimi giorni si coglieranno le conseguenze di questa svolta. Lo Stato arriva ai prossimi in una condizione di debolezza, con avvocati e magistrati che protestano per le nuove norme e con la difficoltà di riproporre il cliché dell’ispirazione terroristica ricusata dalla giustizia milanese. Tutto ritorna al controllo delle piazze e all’attività di contenimento degli scontri che le nostre forze di polizia sanno assicurare con grande professionalità, se ben guidate ovviamente.
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