Voto in Israele: perché non capiamo che la paura fa consenso

Per comprendere il risultato delle elezioni bisogna dare maggior peso a ciò che ha rappresentato per molti israeliani il trauma del 7 ottobre

Fabrizio Coscia
Benjamin Netanyahu (foto Epa)
Benjamin Netanyahu (foto Epa)

Che cosa continua a rendere credibile per gran parte dell’elettorato israeliano un leader come Netanyahu, anche dopo la devastazione di Gaza e il fallimento della protezione il 7 ottobre? Il risultato elettorale, per quanto incerto resti l’esito su chi governerà con la maggioranza nella Knesset, obbliga a farci questa domanda, che riguarda non solo la tenuta del Likud, ma più in generale la natura stessa della società israeliana. Possiamo definirla, dati elettorali alla mano, una società agguerrita, determinata a tradursi in una novella Sparta (come titolava “Haaretz”) assetata di vendetta, complice e sostenitrice delle azioni politiche e militari di Netanyahu?

È, questa, una lettura possibile, la più istintiva, forse, che lascerebbe però in ombra le grandi manifestazioni di piazza nei giorni precedenti le elezioni, così come il forte successo dei partiti arabi, entrambi rivelatori di una frattura politica reale. Dunque qual è la logica di questa apparente contraddizione tra protesta e persistenza del consenso?

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Forse, per comprenderla, bisognerebbe dare maggior peso a ciò che ha rappresentato per molti israeliani il trauma del 7 ottobre, con la riattivazione perturbante dei fantasmi di persecuzioni millenarie, fino alla Shoah. Lo abbiamo mai capito fino in fondo? C’è un’immagine emblematica, nel libro di Neemia, che ben spiega la centralità della sicurezza nella storia di Israele e nella psicologia del suo popolo (se è legittimo attribuire una psicologia a un popolo).

Vi si racconta la ricostruzione delle mura di Gerusalemme dopo l’esilio babilonese, con la vita che riprende mentre la minaccia costringe i costruttori a tenere, lavorando, “ciascuno la spada cinta ai fianchi”. Certo, tra il racconto biblico e Israele moderno intervengono secoli di esperienze differenti e scelte politiche.

Ma l’attacco di Hamas ha incrinato la promessa di un luogo nel quale gli ebrei possano difendersi e affidarsi a una protezione pubblica. Forse per questo una parte dell’elettorato israeliano può ancora concepire, nonostante tutto, di continuare ad affidarsi a Netanyahu, perché legge la forza militare esercitata dopo il 7 ottobre come una garanzia contro il suo ripetersi.

In questa prospettiva il fallimento precedente può essere oscurato dalla dimostrazione successiva di potenza. A pesare sulle scelte di un voto che può apparire deludente, inoltre, sono stati anche la condanna internazionale subìta da Israele per la guerra a Gaza e il diffondersi di episodi antisemiti rivolti contro gli ebrei della diaspora. Netanyahu può così aver tratto vantaggio, paradossalmente, dall’isolamento alla cui produzione le sue stesse politiche hanno contribuito.

Di questo “ripiegamento difensivo” ha parlato anche la rabbina e scrittrice francese Delphine Horvilleur, in una recente intervista a “Le Monde”, a proposito di molte persone a lei vicine. E del resto, basterebbe vedere l’ultima stagione della serie-tv “Fauda”, che mostra meglio di qualsiasi analisi politica quali siano state le conseguenze del 7 ottobre nelle vite dei suoi personaggi.

Ma che cosa accade quando la difesa assorbe ogni possibilità politica? Difendere la vita e ricostruire una comunità restano esigenze legittime, ma una paura comprensibile può accompagnarsi al sostegno a politiche devastanti. Alcune forze contrarie a Netanyahu hanno escluso la collaborazione con partiti a maggioranza araba, e però il successo elettorale di questi ultimi pone una questione concreta all’opposizione, perché la possibilità del cambiamento dipende anche dal riconoscimento della loro legittimità a concorrere al governo.

L’alternativa a Netanyahu può essere solo nella capacità di offrire protezione agli israeliani riconoscendo libertà e diritti ai palestinesi. Non è un’alternativa facile, e richiederà ancora tempo e impegno da parte di tutti, israeliani e palestinesi. Ma come ricordava Amos Oz in “Contro il fanatismo”, “la parola compromesso è sinonimo di vita”: solo accettare una rinuncia e un riconoscimento reciproci permetterà a entrambi i popoli di avere un futuro.

 

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