La premier ha messo nel sacco il Pd sull’Ucraina
Dalla mozione esca sulla diplomazia alla reazione dei dem: la manovra della premier che rafforza il sostegno a Zelensky e riapre la spaccatura nel campo largo

Come un esperto giocatore di carambola, Giorgia Meloni riesce a mettere all’angolo due partiti con un colpo solo: la boccia bianca lanciata alle Camere con notevole perizia tattica - una mozione pro-diplomazia Ue senza la parola armi nel testo - urta infatti prima quella rossa del Pd e carezza poi dolcemente quella della Lega. Alleato bisognoso di cure, visti gli sforzi profusi da anni nel votare sì alle armi per Kyiv.
La premier mette in imbarazzo i dem, perché con il fermo sostegno militare a Kyiv riesce a farsi applaudire dai riformisti in Senato, costringendo poi i seguaci di Schlein a non votare, insieme ai 5stelle, un testo pro-diplomazia che ricalca la posizione dell’ala più soft del campo largo. Tanto che appena spunta la sorpresa delle due mozioni di maggioranza, una più generale su energia e Ue, l’altra solo sull’Ucraina, alla Camera si coglie il fastidio dei dirigenti Pd.
«Se si vuol costruire una convergenza in Parlamento la costruisci, non è che la butti lì come un'esca», sbuffa l’ex titolare della Difesa, Lorenzo Guerini. E infatti, al momento di votarla, i senatori del campo largo escono dall’aula, non potendo dire no alle loro stesse tesi sulle armi della diplomazia da risfoderare. Tematica scottante l’Ucraina, oggetto delle scintille quotidiane Conte-Schlein e pietra angolare di due campagne elettorali: quella delle primarie del campo largo, con Giuseppe Conte pronto a cavalcare il pacifismo russofilo.
E quella di Giorgia Meloni, che ne farà una bandiera da sventolare dentro e fuori le mura di casa Italia: contro le pericolose “anime belle” e tentennanti della sinistra, che chissà cosa farebbero di fronte ad un sorvolo di droni russi sui nostri cieli. Nelle sue comunicazioni alle Camere alla vigilia del vertice Ue, Meloni si dimostra abile nel maneggiare la grammatica politica. La conferma di un fermo sostegno all’Ucraina le regala un omaggio di Zelensky e la rafforza in Europa.
E le dà buon gioco nel provocare il partito democratico, in affanno sul nodo irrisolto del centrosinistra: «Noi siamo a fianco dell’Ucraina, dice il collega del Pd Provenzano. Ma lo dica ai suoi alleati: noi sono quattro anni che abbiamo una posizione chiara, qui c’è una maggioranza, i problemi stanno da un’altra parte». E ancora: «Il campo largo abbandona l’aula per non partecipare alla votazione. Perché?», chiede Giorgia infilando il dito nella piaga di Elly e compagni.
A leggere il testo messo ai voti, è evidente la provocazione: si invita il governo “a continuare a sostenere ogni sforzo affinché l'Unione europea promuova ogni iniziativa diplomatica per raggiungere una tregua immediata sugli attacchi alle infrastrutture energetiche tra Russia e Ucraina e per intervenire in soccorso della popolazione civile già duramente provata da quasi 5 anni di guerra”.
Nel Pd tutti sono ormai convinti che i ghiacci con Giuseppe Conte sul nodo “armi sì-armi no” non si scioglieranno, se non a marzo dopo le primarie, poiché lui userà questo passe-partout per provare a vincerle. E Giorgia quindi, ci specula su, consapevole di avere buon gioco. Sperando pure di sgonfiare la credibilità di Vannacci sullo stesso punto, dolente per “un generale che si oppone all'uso delle forze armate e della deterrenza per costruire la pace”, come ebbe a punzecchiarlo già mesi fa.
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