Il Fondo monetario e i timori che Ai sia una bolla

La corsa ai data center sostiene la manifattura ma spinge inflazione e costo del credito: perché il Belpaese corre il rischio di pagare il prezzo della transizione

Francesco MorosiniFrancesco Morosini

Il governo si appresta alla scrittura delle Legge di Bilancio. Tra i passaggi necessari c’era l’avvenuta approvazione delle Camere sia del Documento Programmatico di Finanza Pubblica (DPFP) che di uno scostamento di bilancio (è il via libera alla richiesta del governo di fare più debito rispetto a quanto stabilito nell’ultima Legge di Bilancio).

Per l’occasione, il Ministro dell’Economia Giorgetti ha riferito al Parlamento sullo stato dei conti pubblici. È stato un intervento preoccupato.

Il titolare del Dicastero di via XX settembre ha parlato di “nuvole all’orizzonte”. Così parla della “nave Italia” che vede, pur tenendo la rotta, attraversare una tempesta. Sono preoccupazioni fondate? La risposta viene dall’Outlook, l’indagine periodica sull’economia globale, del Fondo Monetario Internazionale (FMI). Infatti dà ragione alla prudenza del Ministro, per quanto difficile da accettare per parlamentari vicini alle elezioni.

Per il vero il FMI vede un minimo di crescita per l’Italia: lo 0,8%. Purtroppo il valore è sotto la media dell’Eurozona. In generale, per il FMI la crescita globale del 2026 è inferiore alle previsioni precedenti. In definitiva, l’economia globale galleggia o, per dire col FMI, è resiliente. Ma è qui che appaiono i nuvoloni di Giorgetti. Individuati dall’Outlook nei debiti pubblici, la loro pressione sul costo del credito e l’inflazione. A prima vista è un allarme tipico della saggezza economica convenzionale del FMI.

Viceversa, è sfaccettata l’analisi dell’Outlook sull’AI. Ne vede i pericoli; ma riconosce che è il motore che ha retto l’economia. Già qui si individua una potenziale debolezza per paesi, come quelli dell’UE, ai bordi della geoeconomia degli investimenti in AI e, al contempo, molto esposti sul fronte delle importazioni energetiche. Per questi il rischio è di pagar pegno a questa (debiti ad oneri crescenti) senza i vantaggi del suo sviluppo. Già basterebbe questo per giustificare le preoccupazioni del Ministro.

Ma è lo stesso successo dell’AI a poter essere problematico. Come detto, per l’Outlook fa da contrappeso agli shock esogeni (dalla de-globalizzazione alle guerre) che si sono abbattuti sull’economia del pianeta.

Perché muove, con la corsa alla costruzione di data center e ai chip, la domanda anche dell’economia manifatturiera tradizionale. Di conseguenza cresce la richiesta di credito che contribuisce, con l’inflazione, a spingere all’insù i tassi d’interesse.

Sarebbe fisiologia della crescita, controllabile. Il problema è che tuttora l’AI è una scommessa in attesa di realizzo; o, forse, temono gli analisti, il settore è in bolla pronto ad esplodere.

Preoccupazione acuita, afferma l’Outlook, dal fatto che la persistenza degli shock bellici logora la resilienza dell’economia. Vuol dire tensioni nel mercato obbligazionario che è pure quello dei titoli sovrani. Pessime notizie per un debitore com’è il Belpaese. Pertanto i margini d’azione sul nostro bilancio pubblico sono pochi. Preoccuparsene è il dovere del Ministro; farsene carico è quello del Parlamento.

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