Manovra, pochi margini per il governo: il Dpfp lascia poco spazio alle promesse elettorali

Il bivio del Ministero dell'Economia tra l'affidabilità sui mercati finanziari e le richieste di spesa della maggioranza: trattativa aperta con Bruxelles sull'inflazione

Francesco MorosiniFrancesco Morosini

Il sistema politico italiano è entrato nel vivo della sessione di bilancio. Infatti, il Consiglio dei Ministri ha approvato il Documento programmatico di finanza pubblica (DPFP), decisivo per la determinazione dell’assetto della finanza pubblica. Infatti, è la premessa su qui inquadrare, essendone il presupposto, il successivo Documento programmatico di bilancio (DPB), poi da inviare a Bruxelles. Scopo del DPFP è di massimizzare il coordinamento tra le finanze pubbliche degli Stati dell’Unione europea (UE).

Conseguentemente, ha sostituito la precedente Nota di aggiornamento di economia e finanza (NADEF).

A differenza di questa, prioritariamente centrata sulla vigilanza di deficit e debito, il DPFP lega assieme finanza pubblica e situazione macroeconomica. In ragione di ciò, per esso è decisiva la traiettoria della spesa pubblica primaria netta (cioè escluse le voci, come gli interessi, fuori dal controllo del governo). È una scelta la cui ratio è squisitamente politica.

D’altronde, l’essere in un’unica area monetaria, l’Euroarea, richiede disciplina fiscale. In cambio, la tenuta dell’euro tutela dalla crescita dei prezzi di materie prime e derivati. Ma la politica, specie se entra in anno elettorale, ha pure altre necessità. Inoltre, il ribollire delle piazze in Europa potrebbe attraversare i confini. Il quesito è se tra le pieghe del DPFP possano rintracciarsi risorse aggiuntive. In fondo, il raccordo tra denaro pubblico e consenso sociale è il mestiere della politica.

Una possibilità di maggior spesa la offre il DPFP con la clausola di flessibilità (NEC, acronimo di National Escape Clause). Questa offre agli Stati parte dell’UE lo spazio dell’1,5% del PIL per incrementare spese in ambito energetico e difesa (questa comprende la tutela di infrastrutture civili strategiche). Nondimeno il governo è intenzionato a ricorrervi parzialmente. Anche perché, sebbene siano risorse scorporabili dalla traiettoria della spesa netta, sono debiti. Ora onerosi nei mercati internazionali.

Neppure va dimenticato che l’Italia è tuttora in procedura per disavanzo eccessivo. L’argomento, almeno potenzialmente, consente al Ministro dell’Economia di tenere la barra dinnanzi alla domanda di spesa elettorale. D’altra parte è suo compito garantire l’affidabilità creditoria del Paese presso i mercati finanziari. Ne consegue che, a parte ciò che consente la NEC, per il resto il DPFP offre poco. In sostanza, il piatto è scarno. Così molte promesse politiche, quali agevolazioni fiscali, rischiano d’essere di marinaio.

C’è però una richiesta corretta del governo a Bruxelles. Perché rileva che l’inflazione futura potrebbe gonfiare, senza sue responsabilità, voci di spesa (pensioni, ad esempio) che potrebbero sfondare il tetto di spesa, viceversa calcolato sull’inflazione oggi stimata. Se accolta, aprirebbe margini d’azione in più all’esecutivo. Che, facile ipotesi, tratterà per ogni possibile margine di spesa aggiuntivo. Ma, specie in un modo tempestoso, il DPFP, sebbene arcigno, ha poche alternative.

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