Quel leader imposto dalla legge elettorale

Con la nuova norma i partiti saranno obbligati a indicare il candidato premier. L’intrusione nell’organizzazione è evidente

Sergio Bartole
Il tabellone con il risultato della votazione in aula alla Camera
Il tabellone con il risultato della votazione in aula alla Camera

La Costituzione all’art. 49, proclamando il diritto dei cittadini di associarsi liberamente in partiti, nulla dice sulla organizzazione dei partiti medesimi e su possibili interventi legislativi in materia, salvo a disporre che i cittadini associati concorrono a determinare la politica nazionale “con metodo democratico”.

Anche a causa della diffidenza dei partiti e della loro difesa dei propri poteri di organizzazione, in tutti gli anni dall’entrata in vigore della carta il legislatore si astenuto da violare i confini dell’autonomia di formazioni sociali che pure tanto peso hanno avuto ed hanno nella vita politica del Paese.

Come in altri campi, l’attuale Governo ha ritenuto di seguire una strada diversa abbandonando la politica dell’astensione legislativa, e con la legge elettorale in discussione al Parlamento impone ai partiti che vogliano partecipare al confronto elettorale di darsi un leader destinato ad essere il candidato del partito a diventare – in caso di vittoria – il Presidente del Consiglio.

Regola analoga vale per le coalizioni di più partiti, cui si impone la scelta di personalità destinato o destinata a capeggiare il Governo nell’ipotesi di successo alle elezioni.

In entrambi i casi l’intrusione nell’organizzazione interna dei partiti o delle coalizioni è evidente, giacché si impone loro di scegliere una visione personalistica o leaderistica dell’organizzazione, le relative scelte politiche identificandosi in una persona anche aldilà di ogni concertazione o mediazione fra soci e gruppi associati. Nell’arco politico italiano vi sono partiti e gruppi che hanno difficoltà ad adattarsi ad una siffatta scelta istituzionale.

Di queste difficoltà sono prova evidente i lunghi dibattiti e discussioni sul ricorso alle primarie per la scelta del candidato Presidente del Consiglio da presentare alle prossime elezioni parlamentari in nome del cosiddetto campo largo. Il primo partito a risentire di questa imposta transizione è il Partito democratico.

Si badi questo non è un sintomo di incapacità di confrontarsi con le novità dei tempi, ma è il frutto di una pratica che è strettamente legata all’idea di democrazia attorno alla quale il partito si raccoglie. Il che vale anche per quei partiti minori che in altri tempi si sarebbero definiti i cespugli del campo largo. Anche questi rivelano – a ben vedere – diffidenza per il sistema delle primarie che la nuova legge elettorale sembrerebbe imporre. Forse un discorso diverso va fatto per il M5s.

La vocazione plebiscitaria delle origini grilline, la recente approvazione online del programma e la richiesta di estendere la consultazione delle primarie alla rete ne dimostrano un’evidente inclinazione alla postura leaderistica e certamente un atteggiamento diverso dalla tradizione orientata a modalità decisionali di concertazione e mediazione del PD e delle sue ascendenze di centro e sinistra.

Per restare fedele ai loro orientamenti di fondo i democratici dovrebbero sottrarsi per quanto possibile al ricatto della legislazione elettorale e chiedere di affidare ad un tavolo interforze di confronto le scelte del programma del campo largo e del candidato Presidente del Consiglio. Il che potrebbe ripetersi ove nel corso della legislatura cambiamenti fossero richiesti da una crisi di governo.

 

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