Il dilemma della leadership nel Pd

Con l’uscita di Pina Picierno i dem perdono la figura che, nell’ultima fase, aveva interpretato in modo più aperto il ruolo di opposizione

Fabio BordignonFabio Bordignon
Elly Schlein (foto Ansa)
Elly Schlein (foto Ansa)

Ha ragione la segretaria: il Partito Democratico rimane un partito pluralista. Quantomeno, plurale, nel senso che continua a contenere molte voci.

Anche se quelle della minoranza riformista faticano a farsi sentire e, con l’uscita di Pina Picierno – è questo il “caso” della settimana – diventano ancora più minoritarie. Di qui la domanda: il Pd sta diventando il partito personale di Elly Schlein?

Appare sproporzionata e fuori luogo sia la reazione di chi minimizza sull’abbandono dell’europarlamentare – “Pina chi?” – sia quella di chi, nelle chat di partito, si sarebbe esibito in scene di giubilo. Resta che il Pd perde la figura che, nell’ultima fase, aveva interpretato in modo più aperto il ruolo di opposizione. Va aggiunto che la lista delle defezioni si sta ormai allungando, aprendo nuovi interrogativi su quel che “succederà” al centro.

L’esigenza di parlare con una sola voce è, per certi versi, imposta dal circuito politico-mediatico. Da sempre, poi, le leadership servono a guidare. In questo senso, non stupisce che Schlein faccia “il capo”.

La patrimoniale e il rischio del boomerang
Francesco MorosiniFrancesco Morosini
Elly Schlein

Le critiche, su questo piano, non possono certo arrivare da chi – il riferimento è all’opposizione interna – ha sempre sostenuto che le organizzazioni politiche debbano essere in grado di decidere oltre che di discutere. E che la sinistra dovesse superare il tabù della leadership.

Il Pd è già stato investito, in modo dirompente, dal fenomeno della personalizzazione. Per un certo periodo, è diventato PdR, secondo la definizione di Ilvo Diamanti: il Partito di Matteo Renzi. Una storia dalla quale Schlein e l’attuale Pd sono ancora impegnati a prendere le distanze. Anzitutto, dal punto di vista ideologico e programmatico, con uno spostamento verso sinistra.

Anche se Schlein gode del sostegno della vecchia Ditta, la sua concezione del partito non sembra nostalgica del modello novecentesco. In questa chiave, qualche elemento in comune con la svolta renziana può essere rintracciato. Si potrebbe persino arrivare a dire che il renzismo ha aperto la strada al fenomeno-Schlein.

Le analogie, però, si fermano qui. Non solo perché Renzi, a lungo a Palazzo Chigi, ha avuto meno tempo e forse, alla fine, meno margini di manovra per occuparsi del partito. Ma anche perché il modello Schlein sembra attingere più al movimentismo che al leaderismo.

Più orientato alla piazza che al governo: alla protesta che alla proposta. Anche così si spiega, probabilmente, la difficoltà nell’elaborazione di una visione compiuta per il futuro del paese. E il controverso rapporto con Giuseppe Conte.

Che partito è, allora, il Pd, sotto la leadership di Schlein? È una formazione che porta l’impronta della sua ascesa. Avvenuta – è il caso ricordarlo – con l’investitura del popolo delle primarie. E l’opposizione degli iscritti. Ciò ne condiziona lo stile del comando: obbligato alla mediazione, tollerante nei confronti del dissenso, ma attento a non concedergli spazio.

È un partito personalizzato, per necessità, ma poco incline al personalismo. Tanto meno un partito personale. È, effettivamente, il partito di Elly Schlein: il PdElly. Ma solo in questo momento. Resta l’impressione che, da un momento all’altro, possa diventare qualcos’altro. O di qualcun altro.

Riproduzione riservata © il Nord Est