La Ue non deve cedere alle minacce sui dazi
Trump è debole in vista delle elezioni di metà mandato. L’Unione può sfidarlo e batterlo per molti motivi, ma per uno in particolare: il comportamento di Google, a leggere gli atti, viola le nostre leggi e non può essere accettato se si crede che i cittadini debbano venire prima di tutto

Non è tempo di retrocedere, non per l’Europa. La Commissione Ue ha inflitto giovedì scorso una multa da 900 milioni di dollari a Google perché, secondo la valutazione dei suoi giuristi, il colosso digitale ha truccato i meccanismi di ricerca sulla grande rete e violato la concorrenza favorendo l’accesso ad alcune applicazioni “amiche”.
Si tratta di trasgressioni che originano da scelte aziendali ritenute predatorie e non hanno nulla a che fare con il commercio. Donald Trump ha tuttavia reagito affermando che – in sintesi – è in corso un attacco all’America da parte dei poveri che vogliono rivalersi sui bravi e giustamente ricchi campioni del business tech.
Per questo, ha annunciato «sostanziosi dazi» come risposta a quella che lui considera «una rapina». Non è così. Ed è il motivo per cui non bisogna mollare. Perché vale la regola manzoniana del “male non fare, paura non avere”.
Il disputato e fragile accordo di scambio non libero sottoscritto dall’Unione un anno fa a Turnberry, in Scozia, offre una solida base giuridica. L’intesa, siglata dopo un’imbarazzante genuflessione a Trump, fissa al 15% il tetto dei dazi statunitensi sulla maggior parte del nostro export. In cambio, accetta l’ingresso in esenzione da tariffe ai prodotti industriali statunitensi e ad alcuni generi alimentari.
È un contratto sbilanciato, sebbene in quel momento sia stato vagliato come il minore dei mali. Ora, però, torna utile la parte che stabilisce alcune clausole di salvaguardia che permettono alla Commissione di sospendere il trattamento preferenziale. Se Trump, irritato per Google, alzasse la percentuale dei prelievi imposti alle merci che entrano negli Usa infrangerebbe il patto scozzese, ne giustificherebbe la sospensione e perderebbe i vantaggi delle “zero gabelle” per i prodotti che viaggiano verso la sponda orientale dell’Atlantico dove fiorisce il loro principale mercato.
Ciò crea le condizioni perché il Tycoon si rimangi la minaccia e perché l’Europa mostri gli attributi. Il presidente deve vedersela con l’inflazione che attanaglia gli americani, la crescita inferiore alle aspettative e il rischio che, dopo aver cambiato il presidente della Federal Reserve, i tassi non calino, anzi. La sconclusionata campagna d’Iran ha ridotto il consenso per i repubblicani e l’effetto Hormuz pesa anche sulle tasche dei consumatori a stelle e strisce. Non è un caso se, almeno nella parte iniziale del 2026, le importazioni degli States sono state maggiori delle esportazioni: i dazi costano e non sono un’arma finale.
Ecco perché l’Europa non deve cedere. Trump è debole in vista delle elezioni di metà mandato e, in fondo, gli stava bene che negli ultimi mesi le relazioni fra le due sponde dell’Oceano si fossero stabilizzate. Se i Ventisette sospendono l’intesa di Turnberry ci saranno contraccolpi, ma i danni maggiori saranno per la Casa Bianca che, oltretutto, ha un in corso una accesa disputa con la Giustizia Usa per la legittimità dei dazi vigenti. Il presidente non ha bisogno di altri fronti. L’Unione può sfidarlo e batterlo, per molti motivi, ma per uno in particolare: il comportamento di Google, a leggere gli atti, viola le nostre leggi e non può essere accettato se si crede che i cittadini debbano venire prima di tutto.
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