Consumo di suolo a Nordest: c’è chi lucra sui danni che lui stesso ha provocato
Le conseguenze sono degrado e dissesto idrogeologico. Il Veneto ha il triste primato nazionale, il Friuli Venezia Giulia è invece al settimo posto

Diagnosi infausta: il Nordest soffre di un’incontenibile bulimìa di territorio, che vede il Veneto al secondo posto in Italia e il Friuli Venezia Giulia al settimo per consumo di suolo. A certificarla, sul versante veneto, i dati proposti in questi giorni da tre diverse fonti comunque autorevoli come l’Agenzia per l’ambiente, la Corte dei Conti e l’Istituto di architettura di Venezia.
Se la regione è seconda in Italia dietro la sola Lombardia, col 12 per cento di territorio mangiato, è la prima per superficie edificata rispetto al numero degli abitanti: 149 metri quadrati a persona, a fronte di una media nazionale del 92.
È questione più ampia, certo: l’ultimo rapporto Ispra (l’apposito istituto del ministero dell’Ambiente) spiega che in Italia spariscono 2,7 metri quadrati di suolo al secondo, come dire 230.000 metri quadrati al giorno, a fronte di dati irrisori di recupero di territorio: appena 74 ettari su 730, un misero 10 per cento.
Tra case, capannoni, centri commerciali, strade, infrastrutture, si contano 21.500 km quadrati, il 7 per cento della superficie complessiva del Paese, a fronte di una media europea del 4 e mezzo.
Ma a Nordest i cattivi esempi proliferano; specie in Veneto, e con particolare incidenza nell’area centrale tra Padova, Venezia, Treviso e Vicenza. Il trend risulta in continua crescita: nel 2000 il consumo di suolo in regione ammontava a 93.600 ettari, nel 2012 aveva sfondato quota 100.000, l’ultimo dato parla di 132.000.
Il Friuli Venezia Giulia presenta al momento un quadro meno impattante, ma egualmente critico. Gli ettari cementificati sono saliti dai 19.300 del 2000 ai 21.500 del 2012 ai 24.500 odierni; con un consumo pro capite di 533 metri quadrati per abitante, e con punte del 655 a Udine, a fronte di una media nazionale di 365.
Capannoni industriali e centri commerciali sono i principali responsabili dell’assalto al territorio, malgrado la crisi economica e dei consumi, con il 60 per cento dell’occupazione totale di terreno; ma danno un loro contributo massiccio anche le case, nonostante il calo demografico, in ossequio a spregiudicate operazioni speculative; ed entrano in quota parte pure le infrastrutture. Significative le cifre relative alla richiesta di asfalto, cresciuta nell’ultimo anno dell’8 per cento, per un volume di vendita di 1,7 milioni di tonnellate.
Ogni giorno, una superficie pari a quella di 27 campi di calcio viene coperta da asfalto e calcestruzzo, mangiandosi superfici naturali ed agricole.
Le conseguenze, le tocchiamo ogni giorno con mano, dal degrado del territorio al dissesto idrogeologico, dai cambiamenti climatici agli eventi meteo sempre più estremi. E le paghiamo salate, pure: la sola diminuzione delle capacità dei terreni di assorbire e trattenere l’acqua ci costa 400 milioni di euro l’anno; e il prezzo complessivo dei danni ambientali a causa della cementificazione inarrestabile varia dagli 8,5 agli 11 miliardi di euro. Uno spreco senza rimedi, purtroppo: perché quei soldi finiscono comunque nelle tasche di chi, dopo aver lucrato facendo guasti, ci guadagna pure nel ripararli.
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