La patrimoniale e il rischio del boomerang

Con regolarità torna la “tassa sui ricchi”: ora a riproporla è la segretaria del Pd Schlein. Prima di introdurre un’altra patrimoniale però bisogna pensarci bene sia tecnicamente sia politicamente

Francesco MorosiniFrancesco Morosini
Elly Schlein
Elly Schlein

Con regolarità torna la “tassa sui ricchi” o patrimoniale. Ora a riproporla è la segretaria del Pd Schlein. In teoria è una tematica cui i partiti diffidano. Il motivo è che può costare cara in consenso. Ma in situazioni difficili il “tassare chi più ha” può attrarre. Al momento, però, la proposta di Schlein ha base politica incerta data la freddezza al riguardo di M5s. Insomma, è più un posizionamento per confronto politico che un immediato progetto di politica fiscale.

Del quale, per importanza, vale la pena discutere. Errato però credere che la patrimoniale sia una novità per il nostro sistema fiscale. Perché l’Italia ne ha già di imposte sulla ricchezza. Per l’ufficio studi di Cgia nel 2023 hanno reso allo Stato 51,2 miliardi di euro. Tra queste l’imposta di bollo (una sorta di patrimoniale sui risparmi) e, notissima, l’Imu. Difficile fare della patrimoniale un vessillo ideologico avendo convissuto con tutti gli schieramenti in un crescendo di introiti fiscali.

Di conseguenza, prima di introdurre un’altra patrimoniale bisogna pensarci bene sia tecnicamente sia politicamente. Anche perché si possono produrre esiti diversi dagli auspicati. Capita spesso con il populismo, quello fiscale compreso. Un punto è certo, comunque. La patrimoniale sulla ricchezza mobiliare (si tratta di obbligazioni, azioni, depositi, diritti di proprietà intellettuale, ecc.) in economia aperta è, se va bene, inutile. Perché subito i capitali se ne vanno.

Un boomerang per l’economia se scoraggia il flusso di capitali. Decisivi per lo sviluppo pur se problematici: si veda il caso Electrolux. Quanto al capitale immobiliare c’è il rischio (lo sottolinea Scenari Economici) di colpire fasce di ceto medio proprietarie di beni illiquidi o incapaci di generare redditi per pagare l’imposta. Infatti, oltre alla forma giuridica, pure l’imposta patrimoniale si paga in moneta: cioè sui flussi di reddito che un immobile genera. Altrimenti, l’esito possibile è la svendita.

A riprova, è proprio il timore di creare una “bomba patrimoniale” sui valori degli immobili a frenare politicamente la pure necessaria riforma del catasto. Ciò posto, è vero che fisco e giustizia distributiva sono lontani. Secondo costituzione, la cura dovrebbe essere centrata sulla progressività dell’Irpef invece che su interventi straordinari, patrimoniale compresa. Purtroppo, nel nostro “mondo tributario” base imponibile, reddito e corrispondente onere fiscale mal si combinano assieme.

Difatti è una costruzione a strati sovrapposti poca logica ma molto corporativa. Il populismo fiscale ne è un figlio necessario. Ma la scure della patrimoniale promette più di quel che può dare. Perché è coerente al regime di sovrapposizione anarcoide su cui è costruito il sistema. Anch’essa segna la crisi della sovranità fiscale prevista dalla nostra Costituzione essendo lontana dalla progressività sistemica, invece che selettiva, da essa voluta.

Nondimeno, la domanda di patrimoniale è utile perché ricorda il pericolo reale di sfaldamento della democrazia fiscale.

 

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