Dal Milite Ignoto ai morti in Bosnia: quell’idea di patria che ci unisce nel dolore
Dal ricordo del 1921 al sacrificio dei quattro militari precipitati durante un volo di addestramento in elicottero. L'impegno internazionale dell’Italia diventa misura dell'orgoglio nazionale: è l’Italia intera ad acquistare un volto grazie alla fiducia che alcuni suoi cittadini hanno saputo guadagnare

Simone, Claudio, Franco Adriano, Laura, che il 29 ottobre erano a bordo dell’elicottero precipitato durante un volo di addestramento in Bosnia, restano, per i genitori che li hanno cresciuti, i «ragazzi che avete visto correre».
Così li ha ricordati il ministro della Difesa Guido Crosetto, nella basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri, davanti alle quattro bare avvolte nel tricolore.
E questa precedenza data al dolore privato («Vorreste rimanere da soli con loro, non avere tutto questo attorno», ha detto Crosetto ai familiari), prima ancora che al significato pubblico del tragico evento, ci aiuta ad avvicinarci a un’idea di patria tanto lontana dalla retorica quanto vicina alla capacità di sentire come propria una perdita che colpisce persone sconosciute. Persone diverse ma unite dalla “gioia di servire il proprio Paese”, come ha ricordato il ministro in un discorso di sobrietà e decoro.
Occorrerebbe fermarsi su questa «gioia di servire», perché permette di ricordare ciò per cui i quattro vivevano.
Esistenze basate sul senso attribuito al loro lavoro con la semplicità di persone che mettono una competenza a disposizione degli altri, una dedizione che la parola «sacrificio», da sola, rischia di lasciarci sfuggire.
Il ministro Crosetto ha raccontato che tre rappresentanti delle comunità bosniache (musulmana, ortodossa e cattolica) si sono avvicinati a lui e gli hanno annunciato di essersi accordati in un secondo, loro che sono sempre disuniti su tutto, per costruire un monumento ai nostri quattro militari.
Ecco, se possiamo dare un senso all’orgoglio di sentirsi italiani, non può che nascere da questo dettaglio: persone di un altro Paese che desiderano conservare la memoria dei nostri connazionali. Somiglia un po’ a ciò che proviamo quando uno sconosciuto ci racconta il bene ricevuto da una persona di casa. Scopriamo, grazie a lui, qualcosa di chi ci è caro. È l’Italia intera ad acquistare un volto grazie alla fiducia che alcuni suoi cittadini hanno saputo guadagnare.
Ma l’orgoglio patriottico - formula desueta e spesso fraintesa - è in realtà una forma esigente di appartenenza. Se la reputazione dell’Italia dipende anche da persone come i quattro caduti in Bosnia, che svolgevano compiti difficili a beneficio di una comunità più larga, sentirsi italiani significa soprattutto riconoscere il valore di quei compiti, contribuire a sostenerli e assumersene la responsabilità. L’esperienza bosniaca di Althea, che contribuisce all’attuazione degli accordi di Dayton, conferma quanto la sicurezza degli altri europei riguardi la nostra e l’esempio dei quattro suggerisce – o meglio esige – un criterio di serietà nella politica estera, perché ci dimostra quanto sia necessario un impegno come quello della missione Althea, ma anche del sostegno all’Ucraina e della costruzione di una difesa europea. Chi propone scelte diverse deve confrontarsi con le loro conseguenze.
Il caso ha voluto che nel 1921, nello stesso giorno e nella stessa basilica, si trovasse il feretro del Milite Ignoto, rimasto fino alla cerimonia del 4 novembre, con la tumulazione all’Altare della Patria. Allora, il 28 ottobre, ad Aquileia, l’isontina Maria Bergamas aveva scelto una bara fra undici identiche, portando nel rito nazionale il dolore di una madre che aveva perso il figlio in guerra. Quei giovani fecero l’Italia anche così, quando famiglie lontanissime poterono riconoscere in un ragazzo senza nome uno dei loro.
«Nella memoria nazionale i lutti valgono più dei trionfi perché impongono doveri, esigono lo sforzo comune», ha detto Ernest Renan. È nostro compito, allora, ricordare i morti di oggi insieme a quelli di ieri, la cui sorte comune ci chiede di prendere sul serio la nostra parte di responsabilità, pure quando nessuno ci domanda di rischiare la vita. Perché anche se dei quattro caduti in Bosnia ora conosciamo tutto, o quasi, e del ragazzo venuto da Aquileia non conosciamo il nome, un giorno dei genitori avevano visto correre anche lui.
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