Nella manovra piccole concessioni più per il consenso che per la crescita: se la politica ignora il futuro
Dai nodi su salario minimo e tasse sui patrimoni fino ai dissidi su energia e transizione ecologica. Il rischio della visione a breve termine

L’ultima manovra della legislatura firmata dal governo Meloni controlla il deficit e lo abbina a una pioggia di piccole concessioni pensate più per il consenso che per la crescita. Come accaduto dal 2022, la legge di Bilancio evita le riforme strutturali e una solida strategia di politica industriale. L’alleanza Pd, M5S e Avs che sfiderà il centrodestra appare ispirata da una filosofia affine, almeno per il momento.
Il cosiddetto “campo largo” lavora al programma economico che intende presentare “fra un mese” e le anticipazioni evidenziano provvedimenti dal basso (alcuni lungamente attesi come il salario minimo), investimenti su istruzione e sanità pubblica, ma anche qui latita un disegno lungimirante e condiviso su energia e imprese.
I tempi di inflazione e bassa crescita richiedono piani larghi e di ampio respiro che non si vedono emergere. Perché, come scriveva Tommaso Padoa-Schioppa, la visione corta è la madre di ogni crisi.
Il punto di partenza dell’opposizione è la redistribuzione. Svetta il salario minimo del Pd sino a 10 euro l’ora, che non toccherebbe le imprese medie e grandi, sebbene Confindustria – che in più occasioni ha riconosciuto il basso livello degli stipendi - osteggi il provvedimento e favorisca la retribuzione derivata da contratti sindacali. M5S lo domanda “indicizzato”, quindi pericoloso per l’inflazione.
Proprio i redditi poveri in numerosi settori sono la bibbia del “campo largo”. Pertanto si studiano ricette per combattere il lavoro degradato, aumentare i salari, rafforzare la progressività fiscale e ridurre le disuguaglianze. Ciò si lega agli interventi per le famiglie, con iniziative che vanno dagli asili nido per favorire l’impegno femminile al congedo paritario in caso di maternità. In più c’è l’arco di impegno settimanale a 32 ore.
I dissensi in seno alla coalizione alternativa al governo emergono alla voce “reddito di cittadinanza” difesa dai Cinque Stelle – provvedimento che nella sua prima edizione non ha dato i frutti sperati – e con la tassa sui grandi patrimoni invocata da Avs – giudicata più una bandiera che una soluzione in casa Pd e osteggiata da Giuseppe Conte.
C’è invece intesa generalizzata anche sugli “extraprofitti” per mungere i colossi dell’economia, ma va ricordato era anche nel programma di Meloni quattro anni fa. Quando si va al governo e si diventa azionista di Eni (che vale un miliardo e mezzo di dividendi per il Tesoro) cambiano sempre tutti idea.
Oltre ad aumentare i salari, il campo largo promette una politica industriale orientata alla competitività e una transizione ecologica più marcata. La strada è giusta, però si scontra con i costi del cambiamento (chi paga?) e le sensibilità diverse.
Il Pd insiste sulle rinnovabili, sostenuto dai compagni di squadra, mentre una folta compagnia di sindaci e governatori di centrosinistra dice “no” alla creazione di parchi eolici. Avs vorrebbe il 100 per cento di energia rinnovabile entro il 2040, cosa che gli altri considerano, non senza ragione, impossibile da realizzare. Dissidi anche sul nucleare: Verdi-Sinistra sono contrari, Conte è possibilista, Schlein “non ha alcuna preclusione ideologica”.
A leggere le dichiarazioni, il Pd si pone nella tradizione dell’economia sociale di mercato, con un ruolo attivo dello Stato nella politica industriale. Si attende di vedere come. La segretaria dem promette investimenti, innovazione, dignità del lavoro e sostenibilità, mentre M5S si focalizza più sull’assistenza che sulla crescita. Avs fa il suo, persuasa come gli altri che mettendo soldi nelle tasche degli italiani si aumentino i consumi, da cui l’attività e via a ruota.
Le statistiche sentenziano che da noi si lavora di più e si produce di meno che altrove, denunciano la precarietà e gli investimenti inadeguati, dunque il problema è nel motore. Peccato che l’amministrazione sia farraginosa e il fisco pesante. Che l’energia costi troppo cara per colpa dello Stato. Che il governo Meloni abbia fatto meno politica industriale di quanto dichiara. E che il campo largo non proponga (ancora) un pensiero definitivo e di lunga lena sulle imprese. Chi investe, chi produce e chi lavora è gente che merita pari dignità. Se i due contendenti per la guida del Paese si concentrano sul breve termine finiscono per adeguarsi l’uno al peggio dell’altro. Serve a loro, forse. E a nessun altro.
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