Il cricket, l’Islam e la convivenza a Monfalcone
Le minoranze non sono trattate come realtà da integrare, ma come problema da esasperare per impaurire la gente

Le iniziative di sorveglianza e controllo che l’europarlamentare leghista Anna Cisint cerca di avviare nei confronti dei luoghi di culto musulmani a Trieste ricalcano la linea politica adottata dall’ex sindaca a Monfalcone e che negli anni ha trattato la presenza bengalese e l’Islam locale non come realtà da integrare, ma come problema da esasperare per impaurire la gente e su questa paura prosperare. Nel 2024 perfino il britannico The Guardian raccontò la tensione seguita al divieto di pregare in due centri culturali musulmani, in una città dove lavoratori – soprattutto bengalesi – tengono in piedi una parte dell’economia legata alla cantieristica.
Cisint sembra voler allargare quello stesso stile a Trieste, dove ha chiesto accesso agli atti e verifiche sul centro islamico di via Maiolica, alimentando l’idea di una rete di moschee irregolari o comunque sospette. Il punto non è stabilire qui la correttezza di ogni pratica amministrativa e la regolarità dei permessi, ma piuttosto l’effetto politico della narrazione: trasformare luoghi di culto e altri spazi comunitari in un bersaglio identitario e farne l’innesco di un clima di reciproco sospetto.
Lo stesso schema seguito a Monfalcone con il gioco del cricket, forse il primo caso nella storia dell’umanità di sport vietato. C’è anche una profonda ironia in questa vicenda. Il cricket nasce nell’Inghilterra rurale e diventa sport globale grazie all’Impero britannico. Doveva insegnare la “civiltà” ai popoli colonizzati: rigore, autocontrollo, rispetto delle regole, gerarchia. Ma la storia ha preso un’altra piega e oggi in India, Pakistan, Sri Lanka, Bangladesh, nei Caraibi e in Africa australe, il cricket è stato adottato e trasformato. Da simbolo del dominio occidentale è diventato patrimonio culturale, sport di riscatto e orgoglio nazionale, linguaggio comune capace di attraversare classi sociali e fratture politiche.
Oggi il cricket insegna a tanti giovani nel mondo che il fair play conta quanto il risultato, che l’avversario va rispettato, che la regola è garanzia di giustizia. È uno sport che educa alla pazienza, alla disciplina, al contenimento della forza, alla responsabilità individuale nel gioco collettivo. Ed è proprio questo gioco, nato come pura espressione dell’Occidente imperiale, che a Monfalcone viene percepito come qualcosa di estraneo, perfino minaccioso.
Eppure basterebbe poco per capovolgere l’approccio e fare del cricket ciò che altri Paesi hanno fatto del calcio: un terreno condiviso, un lessico comune, un modo per conoscere l’altro e intanto vedere meglio se stessi. In una città come Monfalcone – e in una regione di frontiera che vive di scambi, porti, cantieri e migrazioni – vietare o demonizzare uno sport praticato da una comunità significa rinunciare a uno strumento semplice e potentissimo di integrazione. Sappiamo bene quanto lo sport sia oggi un potente strumento di influenza.
Lo stesso vale per le moschee di Trieste, su cui Cisint vorrebbe indagare. Se ci sono delle irregolarità sarà giusto correggerle, ma in uno spirito costruttivo, di apertura e di dialogo con le comunità islamiche, cercando di incoraggiare la nascita di un Islam nostrano, aperto e tollerante, che sia capace di porsi in alternativa e di opporsi all’integralismo e al fanatismo. Anche qui in gioco c’è la nostra posizione nel nuovo mondo che si delinea e la scelta fra governare noi il nostro futuro creando una comunità nazionale integrata e solidale o lasciarci invece lacerare e dominare da altri.
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