Monfalcone e la scorciatoia del conflitto
La città dei cantieri avrebbe l’occasione di entrare in contatto con altre storie e tradizioni. Ma si è scelta la via più semplice che attrae consenso

Immaginate di vivere in una città di circa trentamila abitanti, dove l’attività più significativa sia quella dei cantieri navali. Un’attività importante, con una lunga storia.
È un posto speciale, perché nei decenni, quei cantieri, cioè il lavoro, ha sempre attratto persone da tanti luoghi: pugliesi, campani, esodati da Istria e Dalmazia. Una costante miscela umana, acqua di mari diversi portata nell’alto Adriatico. Famiglia dopo famiglia. Goccia dopo goccia.
Più recentemente quelle gocce sono diventate piccoli torrenti: i cantieri navali continuano ad avere bisogno di braccia e le attraggono da paesi lontani e lontanissimi. Non viene fatto per colonizzare, al contrario, la città: si tratta semplicemente di quella quota di lavoro comprimibile che permette al capitale, grande e piccolo, in molti settori (dalla cantieristica alla raccolta del radicchio o dei pomodori) di mantenere una redditività sul mercato. Si fa, purtroppo, dimenticando spesso le conseguenze.
Quel posto speciale ora cambia in maniera più veloce. Una parte importante dei suoi abitanti appare molto diversa da come ci si era abituati. Il 55% arriva dal Bangladesh, il 15% dalla Romania e circa il 5% dalla Macedonia del nord e nel resto 25% c’è metà mondo.
Potrebbe essere una fortuna: senza dover ricorrere ad una agenzia di viaggio c’è l’opportunità di entrare in contatto con altre storie, altre tradizioni, altri punti di vista. Sembrerebbe un incredibile arricchimento di esperienza e di relazioni. Ma non è così: i xe diversi. Nella città reale di circa trentamila abitanti quelle migliaia di diversi portano linguaggi, religioni, tradizioni, costumi, cibo, colori: tutto inconsueto.
Nessuno avrebbe niente da dire se quei diversi facessero le loro otto ore di lavoro e poi scomparissero. Invece è un insieme di essere umani e, come in ogni comunità, al loro interno c’è chi si ambienta e chi inciampa. Chi guarda al futuro e ai cambiamenti e chi solo al passato. Chi manda i figli a scuola perché riconosce il ruolo dell’istruzione e le potenzialità che essa può offrire e ancora chi combina matrimoni per le figlie come secoli addietro. E c’è chi è onesto e chi imbroglia. Chi è simpatico e chi antipatico. Insomma, chi sta cambiando la sua esistenza perché vive il nuovo tempo e invece chi è rimasto con la mente nel mondo di prima.
Questo pone alla città reale la ricerca della strategia migliore per gestire questa complessità. Sarebbe possibile diventare un esempio di governo di una comunità piena di sfaccettature che necessitano, oltre risorse, grandi capacità di comprensione e di empatia autentica?
Però è sicuramente una strada impegnativa, che richiederebbe sforzi per ottenere risultati visibili non in tempi brevi. Non conviene di più diventare un laboratorio dove costruire un percorso più semplice? Qualcosa come i saldi di stagione, le offerte promozionali? Perché, in fin dei conti, quei diversi servono solo per otto ore al giorno, per il resto del tempo meno si fanno vedere e meglio è. Otto ore vivi e sedici fantasmi: la perfezione assoluta.
Nella città reale, ad un certo punto, s’è scelta la via più semplice. Che ha un suo fascino come tante cose semplici, ed attrae anche consenso. Nell’epoca, ormai evidente, dove si fa a gara a chi abbia la portaerei più grande, la scorciatoia scelta per affrontare il quotidiano vivere è la costruzione di dinamiche di conflitto.
Nulla di nuovo, è un atteggiamento che ha radici antiche: la colpa di ogni difficoltà è sempre di qualcun altro, tanto più se l’altro è distante per pelle, per religione, per geografia, per un vestito o per l’odore del cibo. La negatività non va per il sottile.
La si può applicare su scale diverse: per dire teron al vicino di casa, per sterminare un popolo, come fece la dittatura nazista, per discriminare certi stranieri (quelli poveri, non i ricchi) come si allenano a fare persino istituzioni democratiche. Certi soggetti, siano essi singoli individui o raggruppamenti politici e persino rappresentanze istituzionali, hanno bisogno di questa linfa scura per nutrirsi, come il vampiro del sangue.
Se analizzassimo questa linfa scura, la sua composizione, troveremmo tutti i facili stereotipi dell’offendere gli altri. Il mettersi, autoreferenzialmente, sopra un elevato scranno mentre i diversi da sé stanno nel fango primordiale.
Immaginiamo se invece, nella città reale di circa trentamila abitanti, dilagasse come un contagio, in occasione degli ottocento anni dalla sua morte, una visione francescana (di quel Francesco che parlava alle allodole e anche ai lupi, che viveva povero senza chiedere a nessuno di esserlo, perché per lui povertà era libertà): non verrebbe da gridare “Ma che umanità stiamo diventando?”.
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