Board of Peace per Gaza, l’Italia alla corte imperiale di Donald Trump
Sembra evidente che l’obiettivo del tycoon è quello di sostituire l’Onu: l’asse Meloni-Merz è già evaporato

In Parlamento il governo Meloni conferma la partecipazione italiana al controverso Board of Peace per Gaza ideato da Trump. Scelta gravida di implicazioni politiche: non fosse altro perché l’Italia è l’unico paese Ue a prendervi parte, sia pure nell’irenica forma di “osservatore”.
In discussione, sia chiaro, non è la legittima ambizione italiana di esercitare un ruolo nello scenario mediorientale. La politica estera è fatta di valori e interessi: siamo un paese proiettato nel Mediterraneo e la geopolitica ha i suoi imperativi. Il nodo è come esserci. E a che prezzo.
Nessuno contesta, realisticamente, che nella situazione attuale l’America sia la sola a poter dare le carte; ma se Trump avesse costituito un gruppo ad hoc, come quelli che si formano quando le Nazioni Unite non riescono, per veti reciproci, a mettere in forma una guerra, nemmeno chi non ne condivide la politica avrebbe potuto obiettare. Il Board, invece, intende, per esplicita dichiarazione dell’egolatrico The Donald, essere altro. E si struttura in forme, e in una cornice giuridica, inusitate.
Non a caso l’Europa, nelle vesti della Commissione, così come in quelle dei suoi altri ventisei membri, non aderisce alla creatura trumpiana. Per come è stata concepita, con Trump leader in quanto persona e non in qualità di presidente degli Usa – distinzione che gli consente di esserne alla guida a vita, bypassando ipoteticamente anche un eventuale cambio dell’amministrazione –, depositario dei poteri di designazione del successore e di scioglimento, il Board assomiglia più a un’assolutistica corte imperiale che a un organismo internazionale su base paritaria e sovrana. Per stessa ammissione di Trump, inoltre, il Board intende occuparsi non solo del conflitto israelo-palestinese ma, forse in diversa composizione, anche delle crisi mondiali più rilevanti.
Sembra evidente che l’obiettivo dell’iroso tycoon sia quello di sostituire l’Onu, che agli occhi del trumpismo rappresenta l’odiato multilateralismo e un’ordine internazionale dato ormai per sepolto. Fingere di non comprenderlo sarebbe ipocrita. Significativo che nessun altro paese europeo, voglia aderire a un contenitore che delinea una palese privatizzazione della politica mondiale.
La rinuncia di Berlino a partecipare, nemmeno come osservatore, sulla quale Meloni contava per attutire le crescenti perplessità europee a proposito delle sue persistenti ambiguità tra le due sponde dell’Atlantico, obbliga intanto la presidente del Consiglio a non imbarcarsi per Washington. Dopo la diversa valutazione sui valori Maga, denunciati da Merz dal quale Meloni ha preso le distanze, il supposto asse italo-tedesco va in frantumi per la seconda volta in pochi giorni.
Una scelta, quella del governo, che per non incorrere nella violazione degli obblighi costituzionali che stabiliscono che l’Italia partecipi a organismi internazionali che prevedano limitazioni di sovranità solo in condizione di parità, avviene ricorrendo a una formula attendista, che permette al governo di Roma di stare nel Board e eventualmente fare un passo indietro senza troppi oneri nel caso si riveli fallimentare.
Decisione, contestata dalle opposizioni per ragioni politiche e costituzionali – e, si presume, destinata quanto meno a generare riserve al Quirinale –, che conferma come per Meloni sia più importante il rapporto ideologico con Trump che quello con l’Europa.
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