Lagarde e la mossa politica per blindare il futuro della Bce

Indiscrezioni del Financial Times su una possibile uscita di scena in primavera. L'obiettivo: anticipare l'onda sovranista e proteggere l'asse franco-tedesco a Francoforte

Marco ZatterinMarco Zatterin

Christine Lagarde è un’avvocatessa d’affari che dal 2019 guida la Bce con una rigidità tutta tedesca e che ora appare destinata a compiere la prima mossa politica della sua vita. Trasformando in notizia una voce che circola da tempo a Francoforte, il Financial Times ha scritto che la presidente dell’istituto di emissione europeo intenderebbe interrompere il mandato prima della scadenza naturale dell’autunno 2027 e dimettersi nei prossimi mesi, forse già in primavera.

La decisione sarebbe motivata dalla volontà di consentire all’attuale assetto politico dell’Unione — e dunque anche a un Macron destinato a una mesta uscita di scena entro un anno — di designare il successore, mettendo al riparo la nomina dai rischi di un cambiamento politico globale in chiave sovranista, possibile soprattutto a Parigi.

Nessuna conferma, ovviamente. Tuttavia il contesto in cui si muovono la Banca e Madame Lagarde — 70 anni compiuti a gennaio, a lungo ministro delle Finanze sulla Senna, prima donna a guidare il Fmi a Washington, molto criticata sin dall’arrivo alla Bce, anche da Berlino — consente di non liquidare l’ipotesi di un addio prematuro.

Dal punto di vista della politica monetaria attraversiamo una fase di relativa stabilità: l’inflazione poco sopra il 2 per cento, soglia di riferimento della strategia della banca, non desta allarme immediato, anche se numerosi indicatori suggeriscono che non sia ancora del tutto domata. In quattro anni la crescita dei prezzi è scesa dall’11 per cento. Dopo cinque riduzioni, i tassi si collocano ora su un orizzonte del 2 per cento. Ne deriva che ci attendono mesi di manutenzione, nei quali un cambio al vertice non dovrebbe provocare contraccolpi.

La lente della politica consiglia possibili cambiamenti già l’anno venturo o prima. L’ipotesi che all’Eliseo possa sedere un lepeniano è fonte di allarme per le famiglie popolari, liberali e progressiste: l’Italia non preoccupa — Meloni è stata spesso sprezzante con Lagarde, per non parlare di Salvini — ma si ritiene che non romperebbe gli equilibri dell’intesa franco-tedesca, non adesso.

In caso di commiato anticipato, il principale aspirante alla Bce è l’olandese Klaas Knot, già numero uno della banca centrale dei Paesi Bassi. Un candidato alternativo è Pablo Hernández de Cos, ex governatore della Banca di Spagna, capo della Banca dei Regolamenti Internazionali, indebolito dalla presenza di Madrid alla Bei. Ancora una volta la Bce sembra restare un sogno difficile per i tedeschi e per il presidente della Bundesbank, Joachim Nagel: troppo “falco”, nonostante tutto, e scomodo da gestire anche per Berlino che ha già Von der Leyen alla Commissione.

Nel mondo delle indiscrezioni credibili si sussurra che Madame Lagarde abbia rinunciato a correre per la presidenza della République, in quanto consapevole di essere divisiva e di non avere reali possibilità di successo, perché considerata dal voto di protesta come esponente dei detestati “poteri forti”. Per lei profila di un ruolo apicale da regina dei ghiacci di Davos al World Economic Forum: un nuovo capitolo, più che dignitoso.

Sarebbe un modo per mettere l’Europa nelle condizioni di cambiare a Francoforte senza cambiare troppo, al sicuro dalla doppia faccia della destra, rigorista o spendacciona a seconda delle latitudini. Potrebbe funzionare. Non solo. Se stavolta, per dare la svolta necessaria all’Unione, a prendere le redini della banca centrale fosse un banchiere centrale a tutti gli effetti, sarebbe come fare il pieno al casinò della moneta e della politica.

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