La nuova legge elettorale con voto a perdere
La bozza della norme rischia di rivelarsi una fallimentare replica di quelle che l’hanno preceduto. Fa strocere il naso il continuare a escludere le preferenze

Voto a perdere. L’attuale bozza di legge elettorale, al di là del sistema adottato col ritorno alla proporzionale, rischia di rivelarsi una fallimentare replica di tutte quelle che l’hanno preceduta: a partire dallo scopo primario enunciato dai suoi promotori, garantire governi stabili di legislatura. Sono la storia e i numeri a dimostrarlo: dal 1861, nascita dell’Italia unita, le regole elettorali per il Parlamento sono cambiate undici volte; addirittura quattro in quattordici anni (1993-2017) della seconda Repubblica.
Nello stesso periodo di tempo, si sono alternati 136 governi, con una durata media di un anno e 2 mesi; tutto questo includendo il ventennio fascista. Un’anomalia assoluta in Europa: in Inghilterra il sistema è lo stesso dal 1884, in Germania quello attuale è in vigore dal 1949, in Spagna dal 1977, nei Paesi Bassi dal 1917.
I cambiamenti seriali registrati in casa nostra peraltro non hanno mai funzionato. Dalle prime elezioni della seconda Repubblica, quindi dal 1994 a oggi, nessun governo di qualsiasi colore è riuscito a confermarsi nel voto successivo; quasi tutti per giunta sono caduti prima della fine della legislatura, non per merito dell’opposizione di turno ma per tracollo della maggioranza.
Sono stati big del livello di Bossi e Fini a sgambettare gli esecutivi a guida Berlusconi, un oscuro carneade quale Turigliatto e un saltimbanco del seggio quale Mastella a silurare quelli pilotati da Prodi. Per quanto elevato possa essere il premio di maggioranza che la nuova legge vuole introdurre, gli scenari di crepe interne con successivi crolli rimarranno in campo comunque, qualsiasi sia il vincitore, esposto al rischio di perdere disinvolti compagni di strada lungo il percorso.
Lo si deve a un vizio d’origine che accomuna i due principali schieramenti: visto il sostanziale pareggio tra loro in atto da una trentina d’anni, l’obiettivo di aggiudicarsi le elezioni spinge a dare vita a coalizioni di cartapesta, in larga parte posticce, che tengono insieme il diavolo e l’acqua santa; consentendo per giunta ai partner minori di giocarsi il loro infimo peso elettorale in chiave di ricatto, fino a sfilarsi quando più conviene.
È un sistema perverso insito anche nella legge in discussione, specie a proposito della soglia di sbarramento: tenuta il più bassa possibile per riuscire ad arruolare nella compagnia figure marginali quali i Calenda e/o i Vannacci, a dispetto del loro virgola-qualcosa-per cento. Per non parlare dei disinvolti turisti del seggio, vale a dire gli oltre 300 parlamentari che hanno cambiato casacca nella legislatura 1918-1922, e i 63 già trasmigrati in quella in corso.
Un ulteriore sconcio della nuova legge è il diabolico perseverare nell’esclusione delle preferenze: continuando a consentire agli apparati di partito (nessuno escluso, da destra a sinistra) di esibirsi in quello che stanno facendo ormai dal 2005, con un sistema definito “una porcata” dal suo stesso estensore; e cioè impedire agli elettori di scegliere chi dovrà rappresentarli, tenendosi stretta la prerogativa di premiare troppo spesso le teste di legno ma fedeli, rispetto ai capaci e preparati; oltre a paracadutare in giro per la penisola gli amici degli amici a prescindere.
Il risultato è che oltre quattro italiani su dieci disertano le urne non riconoscendosi in questo esproprio della volontà popolare; peraltro nel sostanziale disinteresse di una classe politica che continua a uniformarsi alla velenosa battuta di Corrado Guzzanti: se i partiti non rappresentano più gli elettori, cambiamoli questi benedetti elettori.
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