Migranti: un tema europeo da affrontare insieme
L’impianto creato da Bruxelles non è perfetto, ma basterebbe usare insieme gli strumenti che ci siamo dati per limitare almeno i danni

Quando due leader politici di casa Ue scrivono per dire «non accettiamo un’immigrazione incontrollata verso l’Europa» si potrebbe legittimamente pensare che fra i Ventisette ci sia qualcuno convinto che sia bello e giusto lasciare entrare chiunque nelle nostre città. Invece no.
Nessuno sostiene la formula delle porte aperte, nessuno vuole regalare cittadinanze, oppure ospitare chi non ne ha diritto, tantomeno se questo può minacciare il già precario benessere delle genti del Continente.
Certamente non lo crede l’Unione europea, per la quale il principio indiscutibile è «chi non ha diritto di restare deve essere rimpatriato», compito che – prescrive la giurisprudenza a dodici stelle – spetta collegialmente agli stati membri. Non è poco, ma è tutto qui.
È dal 2013 che l’Ue insegue ricette efficaci per una questione, grave e globale, che non rientra nel mandato attribuitole dai padri fondatori. Ed è per questo che nel 2024 si è arrivati al discusso Nuovo Patto sulla Migrazione, accolto da tutti (Italia meloniana compresa) ed entrato in vigore in giugno.
Esso contiene dieci atti legislativi vincolanti che stringono le maglie sulla gestione di arrivi e respingimenti, creano procedure uniformi per gestire le richieste di protezione internazionale e irrobustiscono il sistema dei rimpatri.
Per la prima volta dal 1957 c’è una strategia comune sui migranti, con un ruolo rafforzato di Frontex, agenzia da un miliardo di euro, denari stanziati per consolidare la funzione di guardiano dei confini esterni e offrire sostegno operativo alle forze nazionali per il controllo delle frontiere e per i rimpatri.
Fra i cardini c’è il rispetto delle norme “di Dublino” secondo le quali è il primo Stato di ingresso o di sbarco nell'Unione che deve gestire i passaggi di confine. Non è una ricetta infallibile. Se ben applicata, e col giusto concerto, può però far sì che la toppa sia meglio del buco.
Qui ci fermiamo. Dopo l’aggressione di Ceuta, la Spagna si è mossa nell’ambito delle disposizioni europee e ha fermato il flusso sospetto di 70 mila migranti. L’Italia ha reagito arbitrariamente sospendendo la libera circolazione dei cittadini (Schengen), infiammando una disputa con Madrid per ragioni di politica interna. La Moncloa ha risposto per le rime, del resto anche il socialista Sanchez ha degli elettori a cui rendere conto.
A quel punto, è scattato il tutti contro tutti. Così i tedeschi, e non solo loro, si sono ricordati che Roma ha congelato nel dicembre 2022 il regolamento “di Dublino” e ora minacciano di restituirci gli irregolari che sono passati per le nostre amate sponde. Ne hanno piena facoltà.
La tenuta di un sistema democratico dipende dalla qualità delle regole condivise su cui si costruisce la convivenza e, per forza di cose, da quanto corretta e puntuale è la loro applicazione. L’impianto europeo non è perfetto. Non può esserlo vista la magnitudine delle incognite. Tuttavia basterebbe usare insieme gli strumenti che ci siamo dati per limitare almeno i danni.
Al contrario, si decide à la carte agitando lo spettro dello straniero jihadista e si finisce per minare da dentro le possibilità di successo, rendendo così maggiore la difficoltà del caso. Prevale il più becero istinto nazionale che, con le sinistre confuse e senz’anima, forse farà vincere le elezioni a destre e populisti. Ma, questo è chiaro, non risolverà il problema e non sanerà le paure, comprensibili in fondo, di popoli sfiduciati che faticano a vedere un futuro migliore.
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