L’integrazione scolastica a colpi di circolari
Il ministro Valditara invia una circolare sul tetto del 30 per cento di stranieri per classe. Ma pensare di risolvere il problema con un decreto è solo uno scaricabarile

Il mago Silvan dei banchi. Servendosi di una circolare come bacchetta magica, il ministro Valditara si esibisce in una performance di autentico illusionismo su uno dei temi più urticanti della scuola italiana: l’integrazione degli immigrati. Nel mettere assieme le classi a settembre, bisognerà non superare il tetto del 30 per cento di stranieri, in una realtà che in molte parti del Paese, Nord Est ai vertici, si attesta su una quota largamente più elevata. E siccome è evidente che in non poche situazioni la cosa sarà materialmente impossibile, l’editto del ministro si ridurrà alle più classiche grida manzoniane: emesse sulla pubblica piazza per fare colpo sulla gente, per poi cadere nel vuoto.
Eppure basterebbe lasciar parlare la realtà dei numeri. Ad oggi, i ragazzi stranieri sui banchi sono poco meno di un milione, il 12 per cento della popolazione scolastica, oltretutto in costante aumento (più 10 per cento negli ultimi cinque anni). In Veneto sono 95 mila, in Friuli Venezia Giulia 20 mila; in entrambi i casi con quote percentuali superiori alla media nazionale. A complicare il quadro c’è un dato speculare: il contestuale calo, anzi crollo della componente italiana diminuita, sempre negli ultimi cinque anni, di 600 mila unità; anche qui con trend in aumento.
In un simile contesto, il problema di assicurare una vera integrazione c’è ed è di assoluto rilievo; ma pensare di risolverlo per decreto non è solo ridicolo, diventa uno scaricabarile: io dispongo, voi arrangiatevi.
Se Valditara prima di impugnare carta e penna prestasse ascolto a quel mondo della scuola di cui pure è il referente, troverebbe le risposte che i suoi protagonisti gli chiedono da tempo: più insegnanti di sostegno, più mediatori culturali, formazione dei docenti sulla didattica inclusiva, potenziamento e riorganizzazione degli spazi scolastici, collaborazione con i servizi sociali e le associazioni. In altre parole, risorse concrete che oggi sono fortemente carenti, e che vanno considerate non come spesa aggiuntiva ma come investimento: perché diversamente si finiscono per alimentare ricadute tali da provocare l’aumento della marginalizzazione e dell’esclusione sociale dei ragazzi stranieri.
D’altra parte, Valditara dovrebbe sapere che il ministero che occupa ha emanato nel 2014 chiarissime linee-guida al riguardo, firmate dal suo predecessore Stefania Giannini (non a caso già rettrice dell’università per stranieri di Perugia): in cui si dichiara che l’istruzione è un diritto, e che l’obbligo scolastico non ammette limiti basati sullo status di origine. Il principio-guida è che il rispetto della dignità della persona si costruisce attraverso la cultura, la mediazione linguistica e la partecipazione alla comunità scolastica, non con la logica della sanzione o dell’esclusione preventiva.
Concetti ardui forse per uno come Valditara, che in materia ha idee ben diverse: come testimonia un libro da lui scritto, dall’eloquente titolo “L’impero romano distrutto dagli immigrati”. Ci fosse stato lui, all’epoca, l’avrebbe scongiurato con una semplice circolare.
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