Covid, l’inchiesta e la memoria corta

La competenza del Comitato tecnico scientifico ci hanno salvato da disastri peggiori, grazie ai lockdown, alle mascherine e agli obblighi vaccinali

Gianpiero Della ZuannaGianpiero Della Zuanna

Confidando nella perdita di memoria collettiva, all’interno della Commissione d’inchiesta parlamentare sul Covid-19, è stato criticato in modo quanto meno superficiale l’operato del governo nella gestione della pandemia di Covid-19.

Sembrano dimenticate le ecatombi della primavera del 2020 e dell’autunno-inverno del 2021.

Solo nel 2020, ci sono stati in Italia 100 mila morti in eccesso (+18% rispetto all’anno passato: una enormità per i tempi moderni), concentrati per lo più nel bimestre marzo-aprile.

Conosco alcuni dei componenti del Comitato Tecnico e Scientifico che assisteva il governo nelle decisioni, da Giorgio Palù (virologo dell’Università di Padova, allora presidente dell’Aifa, l’Agenzia Italiana del Farmaco), a Silvio Brusaferro (medico di salute pubblica e professore di Igiene all’Università di Udine, allora presidente dell’Istituto Superiore di Sanità) ad Alessia Melegaro (epidemiologa della Università Bocconi, che calcolava gli indicatori R di contagio).

In quei mesi monitoravo costantemente i trend dei morti e dei ricoveri gravi.

In base a quei dati, si può affermare – al di là di ogni ragionevole dubbio – che la competenza di queste persone e la decisione del governo di seguire i loro consigli, ci hanno salvato da disastri ben peggiori: grazie ai ripetuti lockdown, alle mascherine, al distanziamento, agli obblighi vaccinali.

Così come la mano ferma del virologo Antony Fauci, coordinatore della lotta al Covid-19 negli Usa, ora massacrato dal vendicativo Trump, ha salvato gli Usa da una vera catastrofe.

Vengono criticate le modalità con cui il governo prendeva le decisioni, con decreti del Presidente del Consiglio dei ministri (i famigerati dpcm), con passaggio parlamentare assente o super-accelerato. Quando esplodono le epidemie, non si possono prendere decisioni come nei tempi normali.

In un Paese come l’Italia, caratterizzato da grande densità di popolazione, e da grande prossimità abitativa fra genitori, figli e nipoti, erano necessarie misure rapide e draconiane, per evitare di penalizzare gli anziani e gli individui immunodepressi, ossia quelli più a rischio di soccombere al Covid-19.

E non va dimenticato che il Covid-19 ha colpito duramente anche molti giovani e adulti.

Certo, i giovani hanno sofferto per la prolungata chiusura delle scuole, per l’impossibilità di uscire di casa e poi di uscire dal comune di residenza, e la libertà di tutti è stata fortemente limitata. Ma – lo ripeto – la grande prossimità abitativa fra le generazioni ha reso indispensabile queste misure di distanziamento, oltre al successivo obbligo vaccinale.

Tutta l’Italia era ad altissimo rischio di fare la fine della Val Seriana, in provincia di Bergamo, dove in alcuni comuni fra febbraio e aprile del 2020 la mortalità fu quattro volte quella dell’anno precedente, e quasi ogni famiglia perse un congiunto, senza poter neppure assistere al suo funerale.

Per premunirci a fronte della prossima pandemia, sarebbe importante indagare seriamente sull’alta mortalità per Covid-19 osservata in Italia, distinguendo fra prima e seconda ondata. Andrebbero individuati gli errori commessi, fra cui la scarsa consapevolezza collettiva di inizio 2020 e la tardiva collocazione del Veneto in zona rossa a fine 2021.

È però importante anche chiederci cosa sarebbe successo senza lockdown e senza obbligo vaccinale, perché la densità abitativa e la prossimità fra le generazioni in Italia è ben diversa rispetto a quella dei paesi del Nord Europa.

Tuttavia, è difficile che una Commissione d’inchiesta parlamentare, in piena campagna elettorale, possa esprimere giudizi utili e obiettivi.

 

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