La Manovra nella trappola delle mance
Anche la Legge di Bilancio 2027 si presenta come un ricettario per la conservazione. Peccato che, a forza di congelare il presente, il futuro arrivi già scaduto

La finanza pubblica italiana ha una legge non scritta: ogni manovra si presenta “per la crescita” e poi si scopre un ricettario per la conservazione. La legge di Bilancio 2027 rispetta la tradizione. Ventisei miliardi distribuiti con la precisione di un sondaggio elettorale, con un bisturi che taglia ovunque tranne dove servirebbe.
Si comincia dai giovani e dalla natalità, grandi assenti sempre presenti nelle conferenze stampa. Il fondo per i neonati vale 100 euro l’anno, cioè otto euro e trenta al mese, meno di un pacco di pannolini, e resta vincolato fino alla maggiore età.
Al diciottesimo compleanno arriverà un gruzzolo di 1.800 euro nominali, che l’inflazione avrà provveduto a mettere a dieta. Per gli under 30 c’è un premio da 2. 500 euro tassato all’1%, per gli inquilini under 35 una cedolare secca agevolata sui canoni concordati.
Sono misure da vetrina, una tantum o di nicchia, che non spostano di un millimetro la decisione di fare un figlio o di restare in Italia. La demografia non si compra con le mance: si costruisce con salari più alti, servizi stabili e mobilità sociale. Si costruisce cioè con la crescita, parola che la manovra pronuncia molto e non declina mai.
Poi c’è il ceto medio. Lo scaglione Irpef al 33% si allarga da 50 a 55mila euro, per un beneficio massimo di 500 euro l’anno, una quarantina al mese. È la restituzione parziale di quanto il fiscal drag ha già sottratto in silenzio con anni di inflazione non indicizzata. Non chiamatelo taglio delle tasse: è il rimborso parziale di un esproprio, presentato come un regalo. Il contribuente ringrazia lo Stato per avergli dato il resto sbagliato.
Le imprese, intanto, scoprono di essere un bancomat. L’Ires delle banche passa dal 27, 5 al 30, 5%, quella delle assicurazioni dal 24 al 27%: dal settore finanziario arrivano oltre cinque miliardi. Alle società energetiche se ne chiedono altri 700 milioni, con la maggiorazione Irap prorogata fino al 2029 e un possibile prelievo sulle rinnovabili.
L’Irap colpisce il valore della produzione, non l’utile: si tassa il fatto stesso di produrre. Una parte del gettito finanzierà l’Energy Release per le bollette delle Pmi, e il moto diventa perfettamente circolare: si tassa l’energia per sussidiare l’energia, mentre lo Stato trattiene la commissione di intermediazione. Si colpiscono poi le rinnovabili proprio mentre si predica la transizione, un po’ come multare chi fa la raccolta differenziata. Non c’è un incentivo dimensionale né una leva per far crescere le imprese: resta la Repubblica fondata sul nanismo.
Chi incassa – politicamente – è invece Matteo Salvini. Un fondo da 850 milioni per la flessibilità in uscita, con la dichiarata nostalgia di Quota 100, e il forfettario al 15% esteso fino a 100mila euro di ricavi. Sono due regali a elettorati precisi, che aggravano la frammentazione di un fisco già a geometria variabile.
A parità di reddito, il dipendente può pagare più del doppio dell’autonomo forfettario, e l’equità orizzontale va in soffitta. La progressività verticale diventa un mosaico di regimi, ognuno con il suo santo protettore in Parlamento. La soglia, poi, diventa un incentivo strutturale a non crescere, a non fatturare, a non assumere.
Per onestà contabile, qualche voce in attivo c’è. Il nuovo credito d’imposta per il software in cloud riconosce finalmente che la digitalizzazione di professionisti e microimprese passa da un abbonamento, non da un capannone: il fisco smette di premiare soltanto ciò che si può toccare.
Vanno nella direzione giusta anche gli incentivi all’integrazione di intelligenza artificiale, cloud e cybersecurity, e la dotazione fino a un miliardo dal Fondo di sostegno al venture capital destinata allo sviluppo industriale dell’Ai. Ma un miliardo, nella geografia globale del capitale di rischio, è un buon inizio per un fondo, non ancora una politica industriale.
Il paradosso più serio, però, è un altro. Nell’era dell’intelligenza artificiale, il capitale più prezioso delle imprese italiane è la conoscenza tacita dei lavoratori senior. È quel saper fare che non sta nei manuali e che Michael Polanyi riassumeva così: sappiamo più di quanto sappiamo dire.
Oggi quella conoscenza si può finalmente codificare, travasare in knowledge base e agenti Ai, trasformare in un asset dell’azienda. Servirebbe una politica che premi i senior che restano, magari part-time, come mentori degli algoritmi e dei giovani. La manovra fa l’opposto: paga per accompagnarli all’uscita e disperde un patrimonio cognitivo che nessun bilancio contabilizza.
Per un governo della refrigerazione tecnologica, naturalmente, questa è fantascienza. Si conserva tutto a bassa temperatura: rendite, consensi, corporazioni. Peccato che, a forza di congelare il presente, il futuro arrivi già scaduto.
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