Conti a posto, ma la crescita è congelata
Scostamento, flessibilità e tagli alla spesa corrente: le criticità della legge finanziaria tra i vincoli europei e l'assenza di un piano per la crescita

Ci sarà tempo per analizzare uno per uno i capitoli della manovra di bilancio 2026 e per giudicare come verrà ripartito il magro tesoretto disponibile: il contributo straordinario chiesto alle banche e a qualche altro percettore di “extraprofitti”, più lo “scostamento” negoziato con Bruxelles.
La ripartizione sarà, prevedibilmente, un compromesso tra i messaggi ormai preelettorali che ogni partito della maggioranza vuole recapitare al proprio elettorato. I soldi sono così pochi che scarseggiano perfino le concessioni “ideologiche”. Resta sullo sfondo l'antistorica riduzione dell'età pensionabile, con l'ossessione di Salvini per una legge Fornero “da cancellare”.
Resta anche l'idea, suggerita più che dichiarata, che ridurre le tasse sia il modo migliore per favorire la crescita: e per giunta ridurle solo per qualche categoria di clientes e non per altre. Per ora conviene un esercizio più semplice: chiamare le cose con il loro nome. Le parole della manovra dicono molto, e quelle che mancano dicono di più. Cominciamo da “scostamento”.
È un termine pudico, quasi tecnico, che fa pensare a una piccola deviazione di rotta. In realtà certifica che per mantenere gli attuali livelli di spesa pubblica statale le entrate fiscali correnti non bastano, altro che aumentarli per sanità e scuola! Dobbiamo andare a prestito. Più debito, dunque, che dovranno restituire i nostri figli e nipoti. Loro possono solo ringraziare l'Unione europea, che per difendere la stabilità dell'euro impedisce alla voglia di indebitarsi di qualche partito di superare i limiti della decenza, quelli allegramente oltrepassati nei vent'anni prima della moneta unica. Poi c'è “flessibilità”. Anche qui la parola inganna.
Una parte di quella concessa da Bruxelles non è affatto libera: è vincolata agli interventi strutturali per l'energia non fossile e alle spese per la difesa. Vincoli esterni, ma salutari. Ci obbligano ad affrontare la crisi dei prezzi energetici con misure strutturali, accelerando il passaggio alle rinnovabili invece di bruciare risorse comprando gas e petrolio all'estero.
E ci costringono a fare i conti con la fine della disponibilità americana a pagare la difesa degli alleati europei. C'è poi una questione di misura. Lo scostamento e la flessibilità danno comunque risultato modesti.
Non creano lo spazio fiscale che servirebbe neppure solo per mantenere invariati, in termini reali, i livelli di spesa corrente, a cominciare da sanità e istruzione. E lo fanno in una fase di inflazione da costi, trainata dall'energia, che non è destinata a sparire presto. Quando i prezzi corrono e gli stanziamenti restano fermi, la spesa si taglia da sola, senza che nessuno debba dichiararlo. A ben vedere, sono parole che non dovremmo neppure usare. E non ne avremmo bisogno se la finanza pubblica italiana fosse in sostanziale pareggio.
Allora sì, dei nostri soldi potremmo fare ciò che vogliamo, come ingenuamente pretende già oggi il ministro Salvini: coprire la spesa corrente e in più finanziare gli investimenti pubblici che ricostituiscono il capitale fisso sociale, infrastrutturale e umano. È un lessico che conosciamo. Siamo tornati al linguaggio austero degli anni che precedettero il Pnrr. I soldi del Piano saranno anche stati spesi bene, ma non hanno avuto la capacità di rimettere l'Italia su un sentiero di vera ripresa e resilienza. Passate le fiammate keynesiane di sostegno alla domanda, non ci ritroviamo con effetti apprezzabili sul reddito potenziale.
Ed ecco le parole che mancano. Manca “evasione”: nessun ragionamento serio su come recuperare gettito a parità di Pil. Manca “prodotto potenziale”: nessuna riflessione su quanto la spesa pubblica possa contribuire alla crescita destinando agli investimenti le quote indispensabili. Manca soprattutto “risparmio”: nessun disegno per superare il vincolo della spesa pubblica attingendo al risparmio nazionale, che per fortuna resta abbondante. Non sono omissioni di dettaglio. L'Italia vive da vent'anni dentro un circolo vizioso.
Il debito elevato comprime la spesa in conto capitale, e gli investimenti in infrastrutture (trasporti, ma sempre più reti elettriche, idriche e digitali) sono i primi a essere sacrificati, perché i costi si vedono subito e i benefici tra vent'anni. Meno infrastrutture vogliono dire minore produttività totale dei fattori e una crescita da prefisso telefonico, che tiene alto il rapporto debito/Pil anche quando il debito nominale si stabilizza. Questo richiede nuovo rigore, che colpisce di nuovo gli investimenti. Abbiamo tirato avanti consumando le infrastrutture ereditate dal passato; oggi quelle riserve sono in gran parte esaurite, e le ondate di calore che mettono sotto stress le reti lo rendono evidente.
Spezzare il circolo non significa scegliere tra rigore e investimenti. Significa due cose. La prima è puntare al pareggio facendo crescere anche il denominatore, il Pil, e separando contabilmente l'investimento, che genera crescita futura, dalla spesa corrente, che la genera solo nel presente.
La seconda è costruire finalmente un canale che porti il risparmio privato anche verso gli investimenti pubblici senza pesare sul debito. Il capitale c'è; manca l'architettura istituzionale per incanalarlo: project financing, fondi infrastrutturali dedicati, garanzie pubbliche mirate.
Di tutto questo la manovra finge di non accorgersi. Si accontenta di farci camminare sul filo del rasoio di una credibilità costruita, va riconosciuto, su una gestione oculata del debito. Ma la credibilità è una rendita che si consuma, proprio come il capitale infrastrutturale. Senza crescita, prima o poi, si esaurisce anche quella.
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