Ex Ilva, il fallimento: capolavoro collettivo

Gli ingredienti della deriva sono quattro: la supplenza giudiziaria, l’opportunismo politico, l’ambientalismo ideologico e il corporativismo sindacale. I loro effetti si intrecciano in una sintesi sciagurata

Alessandro BarbanoAlessandro Barbano
Lo stabilimento Ilva al tramonto
Lo stabilimento Ilva al tramonto

Ci sono fallimenti che si costruiscono con la pazienza di un’opera collettiva. Ciascuno rivendica le proprie ragioni, nessuno risponde del risultato. La decisione della Cassazione che conferma lo stop dell’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto segna l’ultimo capitolo di una storia che da quattordici anni sembra procedere verso un epilogo ineluttabile. E mostra come in Italia si possa distruggere una prospettiva industriale senza che nessuno abbia mai dichiarato di volerlo fare.

Gli ingredienti di questa deriva sono quattro: la supplenza giudiziaria, l’opportunismo politico, l’ambientalismo ideologico e il corporativismo sindacale. Agiscono talvolta in concorso, talaltra in contrasto. Ma i loro effetti si intrecciano in una sintesi sciagurata, nella quale ciascuno difende la propria rendita di consenso e tutti concorrono alla sconfitta dell’interesse generale.

La storia comincia il 26 luglio 2012, quando la magistratura tarantina sequestra senza facoltà d’uso gli impianti dell’area a caldo. Le emissioni nocive, il prezzo sanitario pagato dalla città sono fatti incontestabili. Ma da quel momento il foro giudiziario, che sia Taranto, Milano o quello romano della Suprema Corte, diventa anche il luogo nel quale si decide il destino della più grande acciaieria italiana. Il giudice ha il dovere di perseguire gli illeciti e impedire condotte pericolose. Non ha però il mandato democratico né gli strumenti per determinare la politica industriale del Paese. Eppure, attraverso il ricorso a un diritto creativo, la giurisdizione finisce per occupare lo spazio della decisione politica. Stabilisce nei fatti quali attività possano sopravvivere e a quali condizioni.

Ma la supplenza nasce dal vuoto della politica. In quattordici anni si sono succeduti governi, decreti d’urgenza, commissari, piani industriali e salvataggi pubblici. Ogni esecutivo ha annunciato una svolta. Nessuno è riuscito a renderla effettiva. La politica ha trattato l’Ilva non come una risorsa da rilanciare, ma come un conflitto dal quale estrarre un dividendo.

Emblematica la vicenda ArcelorMittal. La multinazionale, entrata nello stabilimento nel 2018, aveva ottenuto la conferma di uno scudo penale per proteggere chi avrebbe attuato il piano ambientale dalle responsabilità connesse alla sua esecuzione. Una garanzia circoscritta, non una licenza di inquinare. Nel 2019 il governo Conte, sotto la pressione del Movimento Cinquestelle, ne dispose la soppressione.

Una scelta che ArcelorMittal invocò per annunciare il recesso dal contratto. Il governo contestò quella motivazione, ma il danno alla certezza delle regole era evidente. Lo Stato aveva prima chiesto a un investitore di assumersi il rischio del risanamento e poi aveva cambiato le condizioni giuridiche dell’operazione. Un messaggio eloquente per chiunque pensasse di raccoglierne l’eredità.

Il terzo protagonista è l’ambientalismo ideologico. Una battaglia nata da un allarme sanitario si è trasformata in una forma di identificazione collettiva, quasi un’eresia laica. La fabbrica è diventata il male in sé. Non più un impianto da bonificare e trasformare, ma un nemico da abbattere. Ogni compromesso è un cedimento, ogni gradualità una complicità, ogni innovazione tecnologica una promessa sospetta.

Infine il sindacato. Che invoca sviluppo e occupazione, ma rischia di ridurre la propria funzione alla tutela assistenziale dei lavoratori. La cassa integrazione, nata come ponte verso la ripresa, diventa una condizione permanente. Non più uno strumento per salvare il lavoro, ma un modo per amministrarne la scomparsa. Con un doppio dividendo: il sindacato conserva la propria rappresentanza, la politica distribuisce protezione al posto delle opportunità.

Si profila così la trasformazione della più grande industria siderurgica del Mezzogiorno in una comunità assistita dalle finanze pubbliche. Migliaia di lavoratori sospesi, spinti a cercare altrove occasioni di reddito, anche con il rischio di alimentare un’economia sommersa. Un sistema che conserva sulla carta l’occupazione, mentre ne consuma le prospettive.

Ecco il paradosso dell’Ilva. Il magistrato difende la salute, il politico il consenso, l’ambientalista la natura, il sindacalista i lavoratori. Nessuno dichiara di volere la fine della fabbrica. Ma ciascuno esercita un potere di interdizione senza rispondere degli effetti delle proprie scelte. Alla fine, restano gli impianti spenti, i processi, le vertenze e la cassa integrazione. C’è chiedersi se, sotto sotto, non fosse proprio questa la ragione segreta di un patto a perdere.

 

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